Mostre

Centotrenta anni dalla nascita di Cesare Sofianopulo

Trieste 1889 – 1968

Maschere

Quest’anno ricorrono i centotrenta anni dalla nascita del nostro illustre concittadino Cesare Sofianopulo, personaggio di raffinata cultura e sorprendente originalità, “anima bizantina di greco moderno” (A. Berlam). Riferendosi alla ritrattistica rigorosa e intensa del celebre pittore triestino di origini greche, Salvatore Sibilia si esprimeva con queste parole nel 1922 : “Il ritratto, per Cesare Sofianopulo, deve essere il simbolo della persona, il simbolo di un’anima, potenzialmente completo: la sintesi di tutti i sentimenti, la somma di tutti i vari aspetti mutabili di un carattere specifico. […]” (Sibilia, 1922). Quale esemplificazione migliore di questo assunto, profondo e mistico come la personalità colta e sfaccettata di Sofianopulo, se non il dipinto da lui realizzato nel 1930 intitolato Maschere e dal Comune di Trieste donato al Museo Revoltella nel 1931.

Doppio Autoritratto

Quest’opera è molto significativa nel contesto delle raccolte artistiche novecentesche del Museo Revoltella, sia per la perfetta aderenza ai principi del cosiddetto ‘ritorno all’ordine’, sia perché rappresenta un riferimento imprescindibile nei percorsi didattici rivolti alle scuole, tenuto conto del suo considerevole spessore artistico-culturale e delle sue molteplici potenzialità interpretative.
Oltre a distinguersi per le sue capacità artistiche di raffinata qualità, Cesare Sofianopulo, ancora oggi, è ricordato per le sue caratteristiche di intellettuale e ‘sociologo’ a tutto campo. Dedito alla riflessione letteraria, alla poesia, all’attività di traduttore, l’artista fu perfettamente immerso nella realtà del suo mondo quale “solerte indagatore di civiche vicende”, in nome delle quali si impegnò costantemente intervenendo, con un linguaggio perspicace e talvolta sferzante, su quasi una trentina di testate giornalistiche triestine e regionali.
Il più noto dipinto di Cesare Sofianopulo delle raccolte del Museo Revoltella, all’intitolazione complessa quanto il suo metafisico contenuto, Autoritratto bifronte (Autoritratto dualistico o pirandelliano / Il mio riflesso), è paradigmatico di quella febbrile tensione psicologica attraverso cui l’artista si esprimeva per l’affermazione di un principio, per la circoscrizione di un valore, da lui profondamente sostenuto e ambito.

Alla modernità di pensiero e di sentire di Cesare Sofianopulo, al cui spirito combattivo ed eroico contribuì senz’altro anche la sua origine ellenica, e ai centotrenta anni dalla sua nascita, è dedicato questo nuovo allestimento. L’esposizione, che rimarrà aperta ai visitatori dal 16 novembre 2019 al 12 gennaio 2020 e che raccoglie le opere di proprietà del Museo Revoltella, rappresenta inoltre un’importante occasione per presentare al pubblico per la prima volta le cinque opere concesse al nostro museo in comodato d’uso dalla famiglia Sofianopulo. La rilevante concessione, recentemente sancita, costituirà per tutti una significativa opportunità di conoscenza più approfondita della figura e dell’opera di questo illustre nostro concittadino.

Autoritratto bifronte

Cesare Sofianopulo

Cesare Sofianopulo nasce a Trieste nel 1889 da un’agiata famiglia di origine greca; frequenta il liceo classico “Dante Alighieri”, ma non termina gli studi per dedicarsi esclusivamente alla pittura. La scrupolosità di firmare e datare ogni sua opera ci consente una precisa ricostruzione fin dalle sue prime prove artistiche, che risalgono al 1905.

Nella sua città natale, da giovanissimo, è allievo di Argio Orell, che lo indirizza allo studio dei maestri antichi e contemporanei e gli insegna che un quadro, indipendentemente dal soggetto, deve essere un pretesto per fare “musica di colori”.

Nel 1910 si reca a Monaco di Baviera dove studia all’Accademia di Belle Arti sotto la guida di Angelo Yank; mentre tra il 1911 e il 1912 a Parigi diviene allievo di Jean Paul Laurens all’ Académie Julian, dove conosce Modigliani, D’Annunzio e lo scultore polacco Jacques Lipchitz. Nella capitale francese, inoltre, ha occasione di studiare arte drammatica all’Académie Pasdeloup, diretta da Raymond Duncan, fratello di Isadore.

Nel 1913 Sofianopulo frequenta nuovamente l’Accademia bavarese al seguito di Franz von Stuck, fondatore della Secessione monacense, che risulta determinante nella sua formazione stilistica e che gli permette di acquisire la tecnica minuziosa e il disegno sicuro e tagliente che lo caratterizzano. Il periodo monacense si conclude con la partecipazione all’Esposizione Internazionale d’Arte del Glaspalast, dove l’artista riscuote un notevole successo. Già nelle opere della fine degli anni dieci egli anticipa soluzioni da Realismo Magico attraverso la resa iperrealistica dei dettagli e l’attenzione agli effetti simbolici del colore.

Nel 1916 esordisce come critico con un breve articolo sul giornale «Il lavoratore» e in seguito scrive assiduamente d’arte su numerosi giornali e riviste della città e della regione, tra cui «Il Piccolo» ed il «Messaggero Veneto». Non mancano articoli di carattere storico-patriottico e centinaia di interventi e segnalazioni su questioni civiche, con i quali Sofianopulo si espone a favore di un’iniziativa edilizia o per denunciare ingiustizie e problemi di varia natura che riguardano Trieste. Tale attitudine giornalistica è l’espressione del suo sensibilissimo impegno civile che, nel corso della prima metà del Novecento, oltre ad estendersi alle questioni irredentistiche e alle fasi storiche del tormentato passaggio di Trieste al territorio nazionale, si volge sistematicamente anche agli accadimenti quotidiani della sua città, oltreché al dibattito artistico del suo tempo. Si dedica con entusiasmo e passione anche alla poesia e alla traduzione di poeti stranieri: nel 1937 pubblica la traduzione dei Fiori del male di Baudelaire.

Fin dagli anni giovanili è assiduo frequentatore del Circolo Artistico di Trieste, di cui diventa il bibliotecario nel 1923 e dal 1927 entra a far parte del Consiglio direttivo. Negli anni Venti e Trenta Sofianopulo esegue numerosi ritratti ed autoritratti, rivelando una notevole capacità d’introspezione psicologica e un’urgente necessità di conoscere se stesso attraverso l’arte. Ne sono un esempio emblematico il Doppio autoritratto (1934) e L’Autoritratto bifronte (1936).

Nel 1935 è presente alla Biennale di Venezia con i dipinti caratterizzati da violenti contrasti cromatici quali Imeneo (1931) e Maschere (1930), opera incentrata sulla tematica della frantumazione dell’io. Nel secondo dopoguerra si dedica prevalentemente all’attività giornalistica e dipinge ritratti di soldati americani e di signore dell’alta società. Muore a Trieste nel 1968.