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Trieste [03 gennaio 2017]
L'autore del giorno, Vittorio Bergagna


Tra i pittori più popolari dell'ambiente artistico triestino della prima metà del Novecento c'è senz'altro Vittorio Bergagna (Trieste, 3 gennaio 1884- 2 giugno 1965), uno degli „ultimi superstiti della specie degli artisti-artigiani“ e anche „uno degli ultimi romantici“ (Gioseffi), particolarmente apprezzato per quel suo linguaggio moderno e antico a un tempo, che gli permise di essere uno dei più sensibili interpreti della poesia della vita quotidiana.


Qualche notizia biografica su Bergagna
Allievo di Eugenio Scomparini presso la Scuola Industriale di Trieste, nei primi anni del Novecento Bergagna inizia la sua carriera come decoratore e restauratore di affreschi.
Negli anni successivi alla prima Guerra Mondiale si dedica anche alla pittura da cavalletto ed espone per la prima volta nel 1920 in una mostra personale al Salone Michelazzi di Trieste. Dopo un’iniziale attenzione alla maniera matura di Fittke e al simbolismo decorativo monacense, lo stile di Bergagna evolve verso un fare pittorico più sciolto e vibrante, che ricorda i tocchi rapidi di De Pisis.
Dagli anni venti partecipa a mostre di notevole importanza, dalle Biennali romane del 1923 e del 1925, alle Quadriennali di Torino del 1923 e 1929, alla XXIV Biennale di Venezia del 1948. A Trieste Bergagna partecipa a tutte le mostre Sindacali Interprovinciali dal 1927 al 1942.

 

L’opera
L’Autoritratto del Revoltella, dipinto nel 1928, rappresenta l’artista assieme a una mode
lla nell’appartamento-studio sito sul colle di San Giusto. Dal 1925 Bergagna condivideva quest’ambiente con il pittore Romano Rossini, amico fraterno sin dai tempi della Scuola Industriale. La sobrietà e la luminosità di quegli spazi vengono efficacemente descritte da Stuparich : «le stanze dove vivono (Bergagna e Rossini), lo studio dove lavorano tra veranda e orticello, tutto ha un’aria che potrebbe essere di fiaba ed è invece pregna della realtà di due modeste vite consacrate interamente all’arte e all’amicizia» (G. Stuparich, Trieste nei miei ricordi, Milano 1948, p. 231). Nell’Autoritratto troviamo ricreata quella quotidianità silenziosa e carica d’attesa, che si coglie in particolare nella figura della ragazza alle sue spalle, che con aria triste guarda dalla finestra. La stessa atmosfera è percepibile nelle opere coeve dell’amico Rossini.
Per entrambi si può parlare di «malinconica passività del sogno che permette di guardare dentro alle piccole cose della vita con distanza e amorevole rassegnazione» (D. De Tuoni, La XVI Esposizione Giuliana, in «Illustrazione Italiana», n. 43, 25 ottobre 1942).
La fanciulla riprodotta nell’Autoritratto di Bergagna è inoltre identificabile con quella che osserva il mappamondo nel dipinto di Rossini La Famiglia, di proprietà delle Assicurazioni Generali di Trieste.
Dal punto di vista stilistico, come la produzione coeva (si veda il Ritratto maschile del 1928), anche l’Autoritratto dimostra la volontà di Bergagna di attribuire consistenza volumetrica alle figure e agli oggetti. Tale ricerca di ordine costruttivo è stata sp
esso avvicinata dai critici alla produzione della fase novecentista di Felice Carena (si veda S. Benco, La mostra dei pittori Bergagna e Rossini al Circolo Artistico, in «Il Piccolo», Trieste 28 aprile 1927) e di Piero Marussig (A. Agnelli, Bergagna e Rossini, Trieste, 1987).
Con il genere dell’autoritratto Bergagna si è confrontato anche in altre occasioni: nel 1924, in un olio intitolato Fantasia orientale, e, più tardi, in
un altro piccolo dipinto non datato e in una monotipia del 1951.


 





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