Museo Revoltella
 




Il monumento funerario intitolato "La Croce" venne commissionato dalla contessa Dattili della Torre-Orsini per la tomba del padre, il senatore Tito Orsini, morto nel 1899. La scultura era già in opera nel 1901, ma una prima attendibile testimonianza sul corso dei lavori risale al 1904, quando Bistolfi "già abbozza le sue linee grandi contro le pareti dello studio" ("Caramba", Una nuova opera di Leonardo Bistolfi. Il monumento a Vittorio Berserio, "Gazzetta di Torino", 31 maggio-1 giugno1904). Il modello in gesso venne presentato alla personale dell' artista nel corso della Biennale veneziana del 1905, la stessa in cui Bistolfi fece parte della Giuria di accettazione. Il successo del suo repertorio, che per la prima volta veniva riunito in un numero considerevole di esemplari nell' eccezionale sede espositiva, si puÚ rilevare dalla vendita di alcune opere a istituzioni pubbliche.
Ugo Ojetti, riflettendo sulla "Croce" nei "Capricci del co. Ottavio", ne rilevÚ gli aspetti formali più salienti: "Un gruppo grande al vivo vi raccoglie davanti alla pietra tombale che sta diritta, tutte le figure dell' Umanità che la Giustizia protegge (l' Orsini è stato un giureconsulto): a destra e a sinistra due nudi di uomini, il Lavoro e il Pensiero, e in mezzo la Maternità ammantata che reca nelle braccia un neonato e lo protegge con un lembo del manto e con la testa amorosamente china, e l' Amore simboleggiato da due uomini abbracciati, e la Prole raffigurata da due bambini che retti in mezzo al gruppo sostengono un lieve festone di fiori con la grazia pura dei putti correnti intorno alla tomba di Ilaria Dal Carretto nella cattedrale di Lucca".
Morbidezze alla Jacopo della Quercia e fermezza michelangiolesca divennero, per contro, la formula più volte ripetuta nella scultura funeraria di Bistolfi, tacciata di eclettismo da Marescotti (1905), così come Vittorio Pica liquidÚ La Croce come "abile ma alquanto faticosa antologia scultoria da Michelangelo a Rodin" (1905), fino alla severa impressione di "pittoricismo" espressa da Ardengo Soffici nel 1909, quando era da poco tornato da Parigi avendo negli occhi la scultura di Medardo Rosso e le novità delle Avanguardie.





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