Museo Revoltella
 


Letture dal catalogo della mostra


Cara Gattona di Sibylle de Mandiargues.   C’è da meravigliarsi dell’incredibile fortuna di Leonor Fini per gli incontri. Non parlo d’incontri che ha potuto fare a Trieste grazie allo zio, ma di quelli che sono avvenuti per un "caso obiettivo", avrebbe detto André Breton, dal momento in cui la ragazza decide di prendere la sua vita in mano. Cominciamo quindi dal primo, quello con de Pisis, che avviene nel 1931 sul treno che porta la giovane pittrice di 24 anni, da Trieste a Parigi, dove ha deciso di stabilirsi. Posso immaginare la scena, l’ingresso simpatico e stravagante nello scompartimento dove Leonor Fini è già salita da tre ore almeno, di un uomo così originale e loquace come de Pisis, allora appena più che trentenne. Quante feste avrà fatto alla giovane donna seduta di fronte a lui nel momento in cui scopriva che la pittrice in erba sceglieva coraggiosamente, come aveva fatto lui due anni prima, di stabilirsi nella capitale delle arti! Non dubito che l’abbia subito invitata a cena nel suo atelier della rue Servandoni, con qualche personaggio altrettanto stravagante com’era il suo grande amico Charles-Albert Cinghia, o a passeggiare nel Louvre che conosceva a memoria. Poche settimane o mesi dopo, Leonor Fini incontra Henri Cartier-Bresson in una pasticceria, come lui stesso mi raccontò con l’orgoglio di averla poi presentato all’amico André Pieyre de Mandiargues; testimonianza che contraddice l’informazione riportata da Peter Webb nella sua biografia su Leonor Fini, dove l’incontro avviene assieme ad André nel bar dell’albergo della giovane pittrice. Leonor scrive subito alla madre riguardo ai nuovi amici, che trova divertenti e colti, interessati alle cose che l’appassionano. "[…] Sono strani tipi davvero, timidissimi, colti, infantili e assenti dalle cose quotidiane, molto gentili ma si vergognano di essere ricchi, penso che molto probabilmente vivono in ambienti di gente arrivata - madre frivola, padre affarista – che cosidera loro come mezzi idioti e in fondo a loro mancano di affetti equilibrati, si sente benissimo. In ogni caso sono interessanti e fini e preferisco di molto la loro compagnia a quelle dei baldi giovinottoni classici e tori e soddisfatti di se e conquistadores – con quei tipi mi annoio a morte davvero".

Henri è appena tornato dall’Africa dove ha trascorso un anno in modo più che avventuroso, procurandosi cibo dalla caccia nella savana, salando e vendendo la carne che non consumava, anche quella di un ippopotamo, e dove è miracolosamente sopravvissuto ad una malattia mortale che lo tenne vari giorni in coma.

I due ragazzi amano la pittura cubista, i quadri della metafisica, l’arte africana, il movimento surrealista, la poesia di Rimbaud e di Lautréamont, James Joyce, l’esoterismo di Jakob Böhme, la filosofia di Hegel, Marx e il comunismo. Passano notti intere negli antri di Montparnasse, e in certi bar della rue Pigalle dove i musicisti neri arrivano dopo la chiusura dei cabaret e suonano liberamente fino all’alba. Come scrive André nel suo libro di ricordi Le désordre de la mémoire, non cercavano il divertimento, ma una meraviglia e uno strappo alle discipline diurne: "ero già affascinato dal sogno, e volevo trovare luoghi, fatti e persone che mi davano l’illusione del sogno. Chiedevo, insomma, alla realtà di diventare fantastica".

Deve essere scattata un’immediata complicità perché quasi subito Leonor va a convivere da André, nell’appartamento del 37, boulevard Saint-Germain, dove Henri abita al piano di sotto. Nel 1932, tutti e tre fecero un viaggio in Italia fino a Trieste a bordo della grossa Buick decappottabile di André, accompagnati da Lanza del Vasto col quale Leonor si è appena separata. Bellissime fotografie di Henri conservano il ricordo di quell’estate e dei bagni nudi nel mare per i quali André provava un grande disagio, vergognandosi molto del suo corpo gracile. Le gambe potenti di Leonor imprigionano lo stretto busto di André visto di spalle e seduto su una roccia nell’acqua trasparente. I loro due corpi intrecciati formano un solo essere geometrico e chiuso su se stesso. Si guardano e sembrano sospesi nella perfezione di questa contemplazione silenziosa.

Quale fu la natura dei loro rapporti? Anche se André mi confidò che cessarono di essere amanti molto presto, ciononostante la loro prossimità fisica e spirituale non diminuì, almeno fino al 1943, data alla quale Leonor lasciò Montecarlo, dove viveva assieme ad André e Federico Veneziani, per seguire Stanislao Lepri richiamato a Roma. Nel 1935, traslocarono al numero 11 della rue Payenne dove André regalò a Leonor l’appartamento accanto a quello che occupava. Era vetusto e aveva bisogno di riparazioni, ma consentiva alla loro amicizia amorosa vicinanza e indipendenza. E’ oggi possibile capire meglio il carattere originale dei loro rapporti per il recente ritrovamento della corrispondenza completa di Leonor, ritrovamento piuttosto singolare da meritare di essere raccontato brevemente. Dopo l’arrivo di Bona nella vita di André, i rapporti con Leonor si allentarono, fino a rompersi del tutto. I due amici che avevano così strettamente trascorso la vita insieme per sedici anni, non si parlarono più. André non pubblicò neanche tra i testi sull’arte e la letteratura che riunì sotto il titolo di Belvedere, quelli che scrisse sulla pittrice. E ciò sorprende quando si legge con quale passione e fede crede nella pittura di Leonor: "Sai che sei veramente e assolutamente geniale. Attraverso il surrealismo ritrovi tutt’il romanticismo inglese e tedesco, Keats e Arnim, la Belle dame sans merci e la mandragora, la poesia della notte e dell’acqua morta e degli esseri ambigui che incantano gli uomini e li distruggono" (Monte Carlo 12-6-45). Probabilmente per la gelosia di Bona e di Leonor, fu costretto a scegliere tra le due donne, che peraltro hanno tratti di tale somiglianza da turbare lo studioso che vorrebbe approfondire la questione. Così André scelse la moglie, e cancellò ogni legame con l’amica cara. Fece sparire le lettere di Leonor, che ritrovai ben nascoste sotto al cassetto di un armadio a muro, nel momento in cui sventrai la casa per ristrutturala. Fino ad ora le 190 lettere di André ci davano un’immagine riflessa e sfuocata di Leonor. Questo carteggio, che ci consente di ricostituire la corrispondenza completa, integrando le circa 370 lettere di Leonor, è prezioso per mettere in luce non solo l’affetto e l’intimità dei due amici, ma il carattere straordinariamente vivo della corrispondente, la ricchezza dei suoi interessi, la singolarità dei suoi rapporti.

E’ Leonor che impone ad André un legame non esclusivo. Dopo una grande sofferenza da parte dell’amico, che sente il bisogno di un rapporto amoroso possessivo e assoluto, riesce a fargli accettare un legame meno passionale e in un certo senso più famigliare. Un legame collettivo, dove uomini amanti/amici convivono insieme, dedicandosi al benessere della regina Leonor, che a sua volta spartisce dolcezza e comprensione, scatti di rabbia e lacrime, torte e piatti delicati. Sfogliando velocemente le lettere dei due amici, mi colpisce la voce fraterna che pervade ogni riga della corrispondenza. Non può sfuggire il fatto che i due personaggi della storia sono orfani di padre fin dalla tenera infanzia; un’esperienza così profondamente scolpita nel loro cuore, che li lega inconsapevolmente di fronte alla vita. Nel 1943, al momento di rimanere solo a Monte Carlo, André è disperato: "Chissà quando ci ritroveremo. Sei la mia famiglia in fondo […] Sono tristissimo. Cosa m’importa di fare il libro o qualsiasi cosa se tu vai via".

Da quando si sono incontrati, hanno conosciuto innamoramenti, lunghi fidanzamenti, ma non si sono mai separati. Hanno condiviso ogni momento della loro vita, hanno frequentato gli stessi amici: de Pisis, Savinio, De Chirico, Eluard, Max Ernst e Leonora Carrington, Dali e Gala, hanno seguito passo a passo lo sviluppo della loro opera, hanno scambiato senza tregua impressioni e interessi comuni.

Sembra che l’incredibile appetito di vita di Leonor sia stato capace di trascinare nel mondo il giovane neurastenico André, morbosamente timido, fino a portarlo sulla soglia della scrittura, che comincia a praticare in totale segreto a partire dal 1933. Leonor forse non è stata una semplice scopritrice di talento, ma anche una levatrice, che aveva il dono di svelare le verità che le persone portavano dentro di loro.

I numerosi ritratti di André che Leonor eseguì, forse una decina in tutto, se si aggiungono anche i disegni, riflettono la grande diversità delle tecniche usate in quegli anni, ma anche gli sguardi cangianti della pittrice sul modello. Nel primo, datato del 1931, André viene ritratto in modo semplice, a mezzo busto, con lo sguardo diretto verso il basso a sinistra, come se fosse rapito dai ricordi. José Pierre, nella sua prefazione al catalogo della mostra Le Belvédère Mandiargues, che rese omaggio nel 1991 all’attività critica di André, lo descrive in questi termini: "un ritratto dove la fluidità della pennellata traduce con la più grande fedeltà la titubanza interiore del modello". In effetti, il ritratto rivela il carattere introverso e timido del giovane ragazzo ancora prigioniero delle buone maniere e di un passato che possiamo vagamente intuire. La tecnica fluida ricorda certi tratti liberi della pittura di de Pisis, il fondo verde si ricollega alla pittura del rinascimento e il ritratto nel suo insieme, come molti altri, mi fa pensare a Lorenzo Lotto, anche se non ho idea di quanto potesse Leonor guardare in quella direzione.

L’anno dopo dipinge il Travesti à l’oiseau, André appare sotto le vesti di un mercurio effeminato e mezzo nudo, con una collana di fiori al collo ed un uccello colorato sul dito. In questa stramba immagine fatico a riconoscere la personalità di André, per quanto dotato di grande sensibilità con aspetti dolcemente femminili che piacevano a Leonor, ma riconosco invece il gusto condiviso per il travestimento e per il gioco. Quanto doveva essere divertente attingere ai grandi bauli pieni di stoffe e d’accessori che Leonor usava sia per inventare i soggetti dei suoi quadri che per prepararsi ai balli in maschera che amavano frequentare. La tecnica è quella sperimentata in quegli anni, larghe pennellate fluide, lattiginose, e colori pastelli dagli accenti vivaci. Non posso resistere alla tentazione di associare questa pittura ai pasticcini per i quali Leonor andava ghiotta e che rappresentava spesso come offerte tese dai suoi personaggi. E’ una pittura da mangiare con gli occhi e da gustare con una certa nausea. A questa serie appartiene anche il ritratto del 1932 conservato alla Camera dei Deputati. Ora André è delicatamente addormentato su un divano, vestito di una camicia arancione e di un gilet elegante, col viso effeminato girato verso di noi. Assistiamo quasi imbarazzati al sonno misterioso di una figura che ricorda quella di un adone adolescente, rapito da una sorta di sonnolenza fiabesca. Il sogno esercita sui due creatori un fascino potente che pervade le loro opere. Hanno entrambi scelto di avventurarsi sulle strade dell’inconscio e del mistero che si nasconde aldilà del velo della realtà apparente. Trasognati ancora appaiono Leonor e André in un bellissimo ritratto del 1939, L’opération, alquanto affascinante proprio per il mistero che emana dalla tela. Turba l’ambiguità del gesto della donna che sembra indicare con l’indice della mano puntato la testa dell’uomo, ma che potrebbe anche essere intenta a tagliare i capelli dell’amico, interamente ricoperto da un lenzuolo che ricorda quello dei barbieri, dove spunta una mano fedelmente ritratta. Il corpo scompare in quel bianco che ricorda la superficie di un foglio di carta spiegazzato.

Senza spingermi troppo nei dettagli direi che Leonor si è addentrata per anni nella testa di André. Lo ha formato e guidato in molte cose, e non dubito che la forte personalità della pittrice lo abbia anche plasmato. Uno dei primi racconti di André, che fu pubblicato postumo nel 1993, è la storia di una vecchia zitella follemente innamorata di un gatto chiamato Monsieur Mouton. Sorta di fenomeno della natura per la taglia e il pelo color fiamma, Monsieur Mouton, come lo indica il suo nome, non è solo un gatto, ma molto di più, è un superlativo in costante metamorfosi. Il testo dall’inizio alla fine omaggia la passione sfrenata di Leonor per i gatti. André racconta divertito nel Désordre de la mémoire come nascondeva a tutti la sua attività di scrittore: "Così ricordo che una persona intima che aveva esplorato il mio cestino, si era emozionata trovandoci i fogli strappati di una sorta di dichiarazione d’amore. Avevo riso molto e avevo detto : "si tratta di un gatto…" In quel momento, in effetti, scrivevo o provavo a scrivere, più o meno nella maniera di Marcel Jouhandeau che ammiravo quanto lo ammiro oggi, un romanzo o più semplicemente un racconto che avrei intitolato, se l’avessi terminato, Monsieur Mouton ou l’amour des chats". Quella mano che frugava nel cestino del poeta, per non dire nel suo cervello, quale poteva essere se non la mano di Leonor?

Leonor aveva forse ricostruito con la presenza di André, un’unità perduta, come se non potesse vivere senza un suo doppio maschile, ricercando la stessa unione quasi incestuosa con gli altri uomini importanti della sua vita. La figura dell’androgina, più che mai riflesso di un amore spirituale, è forse l’immagine che traspare in filigrana attraverso le lettere, i dipinti e le opere di questi due affascinanti personaggi del novecento.

 

  






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