Museo Revoltella
 


Soggetti musicali nelle collezioni del XX secolo del Museo Revoltella


Nella piccola ma interessante raccolta di opere che hanno un’attinenza con la storia della musica o con l’esecuzione di musiche emerge soprattutto – sia nella scelta del soggetto operata dall’artista, sia nella motivazione che spinse qualcuno ad acquistare quelle opere – la passione per i concerti familiari, la dimensione privata, insomma, del rapporto con la musica. Allo stesso tempo queste opere, a differenza di quanto si osserva nella pittura dell’Ottocento, in cui prevale un intento narrativo e descrittivo, e la scena di un’esecuzione al pianoforte o all’arpa equivale a qualsiasi altro quadro di vita, fanno pensare al desiderio dell’artista di trovare un punto d’incontro tra i due linguaggi e di restituire attraverso forme e colori le emozioni di una musica effettivamente ascoltata e amata. La presenza della musica è, dunque, spesso utilizzata in chiave simbolica, soprattutto nei primi decenni del secolo, periodo in cui si situano, del resto, tutti i casi a cui si fa riferimento.

Un’opera emblematica, senz’altro la più spettacolare di questo nucleo, è l’olio Beethoven di Lionello Balestrieri (Cetona, 1872-1958), datato 1900 e acquistato dal Museo Revoltella alla IV Biennale di Venezia, nel 1901. A ispirare Balestrieri per questa grande rappresentazione della bohéme (misura oltre quattro metri per due d’altezza)  fu l’amico Giuseppe Vannicola, musicista e poeta napoletano, con il quale alla fine dell’Ottocento egli condivideva a Parigi una soffitta-studio in cui si riunivano ogni sera gli amici. Il dipinto fu realizzato anni dopo sulla base dei ricordi di quel tempo, e si riferiva a una sera in cui Vannicola eseguì la Chansonne di Bach, mentre il titolo erroneamente allude a un’altra esecuzione, la Sonata a Kreutzer per violino e pianoforte. Con le sue penombre, i toni cupi, i bagliori di luce che colpiscono le espressioni tristi dei presenti, il dipinto sembra concepito per dare enfasi ai sentimenti, agli amori infelici, al pessimismo che domina quella scena, proprio come Balestrieri aveva imparato a fare seguendo il suo grande maestro, Domenico Morelli, e la musica che riempie il silenzio “come un lamento di voce umana” non è altro che la rappresentazione quasi fisica di quel dolore. Vannicola divenne poi primo violino della Scala a Milano e, dimenticate le sofferenze che gli aveva procurato la rivalità in amore con l’amico pittore, gli dedicò una Sonata patetica.

In un’atmosfera più lieve e romantica, si svolge, invece la scena del dipinto di Cesare Saccaggi (Tortona, 1868-1934) intitolato Preludi e datato 1914, anno in cui fu esposto alla XI Biennale di Venezia e acquistato da Ettore Luzzatto, di Trieste, dagli eredi del quale pervenne molto più tardi al Museo Revoltella. Il primo piano è occupato da una coppia di innamorati seduti in un salotto in cui una giovane assorta suona l’arpa. Ma non seguono la musica: lui la scruta dubbioso e lei sfugge il suo sguardo. Il dipinto è un capolavoro di virtuosismo pittorico in cui Saccaggi dà prova di una straordinaria capacità di elaborazione dei dettagli, come si vede nel sontuoso abito della protagonista, che occupa buona parte dell’inquadratura, ma anche di saper cogliere la psicologia dei personaggi e i loro sentimenti, immergendoli in un’atmosfera che la delicatezza del gesto musicale e la luce calda che entra dalla finestra a riscaldare ogni cosa rendono quasi magica. Non è un caso che il pittore si sia servito della musica per definire uno stato d’animo: Saccaggi era anche compositore ed esecutore di musica e, come ricordano le sue biografie, era in grado di suonare un’opera intera senza fare uso di spartito, capacità che lo rendeva molto gradito nelle riunioni di amici e in società. Scrisse A. Arzano nel 1936: “Come esecutore, soprattutto, seppe finezze supreme che gli valsero l’ammirazione del Tamagno, il quale in una grande esibizione parigina se lo portò nel salone a braccetto e volle che egli accompagnasse al piano l’inafferrabile suo canto. Un tumulto di applausi levò intorno ai due artisti.”

Con la data 1914 è registrato un altro dipinto del Museo Revoltella di soggetto, per certi versi, musicale, Il soldato violinista di Vittorio Bolaffio (Gorizia, 1883-Trieste 1931) , acquisito da una decina d’anni per ampliare la documentazione su un artista molto importante per il Novecento giuliano, dal linguaggio aspro e difficile, ma profondamente umano. Anche qui la musica è trattata come un elemento simbolico, contrapposto al significato dell’uniforme indossata dall’uomo (forse il fratello dell’artista), che significa odio, morte, silenzio. La pausa che il soldato austriaco si concede per imbracciare il violino al posto del fucile vuol dire invece attaccamento alla vita, speranza, poesia.  Uno dei ritratti più penetranti e più riusciti del giovane Bolaffio, a sua volta costretto a subire dolorosamente la guerra senza poter fare nulla per evitarla.

Solo due opere, tra quelle individuate, sono ritratti di musicisti: un dipinto di Adolfo Levier (Trieste, 1873-1953) che si intitola Ritratto del musicista Desportes (1909), compositore francese poco noto, forse incontrato dal pittore durante il suo soggiorno a Parigi, ma gratificato da uno dei più interessanti ritratti di Levier del periodo fauve , e il Ritratto di Beethoven (1930) scultura in gesso dipinto in nero di Marcello Mascherini (Udine, 1906-Padova, 1983) pervenuta al museo per un recente acquisto. Si tratta di una rarità nella produzione giovanile di Mascherini, che si è dedicato anche al ritratto ma scegliendo preferibilmente nella sua  cerchia di amici, mentre questo bel lavoro sembra essere quasi un’esercitazione accademica, ancora sulla scia del suo maestro Alfonso Canciani, che gli aveva trasmesso il gusto per un linearismo morbido d’impronta viennese.

Infine due affascinanti dipinti dedicati alla musica attraverso l’immagine femminile. Il primo, Notturno (1920) è di Gino Parin uno dei più amati pittori triestini della prima metà del Novecento, pittore di donne fatali, ma anche di conversazioni e interni domestici, in cui rientra questo dolce sguardo su una giovane pianista, ripresa di spalle, mentre suona per sé, seduta compostamente sullo sgabello. Un angolo di casa borghese, simile a tante case triestine piene di ricordi dell’Ottocento e poco illuminate, in cui il pianoforte verticale è anche il mobile su cui si posano fiori e oggetti. La ragazza non si vede in volto, ma le spalle morbide messe in risalto dalla scollatura dell’abito e dai capelli raccolti in alto, rivelano la freschezza della gioventù e sono l’ elemento di maggiore seduzione. La pittura di Parin, dal tocco leggero e intriso di luce, si presta particolarmente a interpretare la suggestione di questa visione e anche la scelta del titolo, con l’allusione a Chopin, fa pensare alla musica come via di fuga romantica dalla realtà.

E’ ancora ispirato alla musica romantica il secondo dipinto, Un adagio di Schubert eseguito nel 1937 da Bruno Croatto (Trieste, 1875-Roma, 1948) che lo dedicò alla moglie Igea e che da lei fu donato dopo la morte del marito al Museo Revoltella. Si tratta di un’interpretazione molto singolare, con la figura della donna colta di profilo in un atteggiamento molto ispirato e assorto, le mani protese in avanti in un gesto che sembra simulare il movimento delle dita sulla tastiera. La scelta di ridurre le tinte praticamente a un raffinato bianco e nero, con il motivo dell’ombra delle mani proiettata sul muro candido, accentua il pathos dell’immagine e rende quest’opera molto diversa dalle composizioni più caratteristiche di Croatto, dominate da accesi cromatismi e irreali luminescenze.

L’ultimo dipinto di soggetto musicale, seguendo l’ordine cronologico è il Suonatore di tromba (1957 ca) di Rinaldo Lotta (Trieste, 1913-1995) pittore che, come molti della sua generazione, ha risentito molto dell’influsso di Picasso e che ha imboccato con entusiasmo la strada del neocubismo. Qui il soggetto, naturalmente, è solo un pretesto per una ricerca sulle forme in movimento e sui rapporti tra i volumi e lo spazio.

La musica continuerà a influire nell’attività dei pittori più sensibili, ma da questo momento in poi sarà solo una questione di forma, non più di contenuto.

 

Maria Masau Dan

 

Dal volume: Lungo il Novecento, La musica a Trieste e le interconnessioni tra le arti, a cura di Maria Girardi, Marsilio, Venezia, 2003






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