Museo Revoltella
 


Riscoperte e approfondimenti: Santo Lucas e Vittorio Bolaffio


Solitudine scontrosa eppur cordiale. «Era un uomo molto alto e molto robusto, al quale le caratteristiche somatiche – mascella robusta, naso largo e schiacciato, labbra tumide – conferivano un’aria burbera che solo gli occhi chiarissimi, seminascosti da foltissime sopracciglia e da un ciuffo di capelli, facevano scomparire. Il suo incedere curvo e dondolante, a gambe larghe, le enormi mani dalle dita nodose avrebbero potuto far sospettare in lui un antico marinaio o uno scaricatore del porto. Era invece un artista, il pittore Santo Lucas» (Marino Bolaffio, 7 febbraio 1981, Archivio degli artisti, Museo Revoltella).
Nell’ultimo e tormentato periodo della sua breve esistenza, Vittorio Bolaffio ebbe il sostegno di un giovane artista triestino, come racconta il poeta Umberto Saba in un noto articolo del 1946 dedicato al grande amico goriziano: «[Bolaffio] Incominciò a tollerare, anzi a desiderare di essere lodato solo durante la sua ultima malattia, quasi la sua arte fosse stata una colpa e l’imminenza della morte gliene avesse data l’assoluzione. Si affezionò allora a quei pochi quadri che aveva, con tanta ansia e pena, compiuti. Si faceva portare nella sua stanza di moribondo i quadri venduti (?) o regalati agli amici, li guardava a lungo con occhi inteneriti, diceva: “Sì, sono belli, sono proprio belli...” E incaricava un giovane pittore (Lucas), che gli teneva compagnia e l’assisteva, di curarne la riproduzione fotografica. Sapeva di
dover morire e ne era lieto» (U. Saba, Ritratto di un pittore. “Io sono alla retroguardia”, “Il Nuovo Corriere della Sera”, 3 ottobre 1946). Lucas doveva ammirare moltissimo l’opera del pittore goriziano se, come riporta il critico triestino Manlio Malabotta al principio del 1932, subito dopo la morte di Bolaffio egli affermò «d’aver noi in lui perduto uno dei grandi pittori italiani contemporanei» (M. Malabotta, 1 gennaio 1932).
Biografia di Santo Lucas (Trieste 1898-1980)
Negli anni della prima guerra mondiale Santo Lucas frequenta, nella sua città, lo studio dei pittori Romano Rossini e Vittorio Bergagna e, in seguito, l’Accademia di Belle Arti di Venezia dov’è allievo di Ettore Tito e di Pietro Canonica. In questo periodo, come dichiara lo stesso autore, risente dell’influenza di Gustav Klimt, di Franz von Stuck e di Alessandro Pomi. Si dedica presto, oltre che alla pittura da cavalletto, all’incisione xilografica e alla litografia (si ricorda il suo manifesto per i Trasporti automobilistici da Venezia a Cortina d’Ampezzo del 1922). Espone per la prima volta a Ca’ Pesaro in una collettiva del 1919 e un suo autoritratto viene pubblicato sulla copertina del catalogo. Le occasioni più importanti della carriera espositiva di Lucas sono la partecipazione, su invito di Maraini, alle Biennali
di Venezia del 1936 e del 1938, alla Quadriennale di Roma del 1935 e alla mostra itinerante di bianco e nero, organizzata dalla Biennale di Venezia, ospitata in diciassette Paesi esteri. A Trieste partecipa a diverse mostre collettive ed è presente, con disegni e incisioni, alle sindacali interprovinciali del 1929 (in occasione della quale gli viene assegnata la medaglia d’oro per due Nature morte e per l’opera intitolata Intonazione bianca), 1930, 1932 e dal 1936 al 1939.
La grafica
Estremamente abile nell’attività incisoria, il nome di Santo Lucas è in parte legato a questa splendida produzione, che lo conduce a realizzare una serie di vedute molto caratteristiche della città di Trieste, il cui valore, al di là dell’indiscutibile qualità artistica,risiede nel fatto che tali scorci documentano la Città Vecchia nel periodo che precede gli sventramenti architettonici degli anni trenta. I lavori di escavazione e di riassetto del profilo urbano, che, tra il 1924 e il 1939, cambiarono radicalmente le zone di Città Vecchia ai piedi del colle di San Giusto e di altri rioni della città, furono poi seguiti dalla realizzazione di edifici moderni, secondo lo stile architettonico di epoca fascista: tra questi, l’attuale palazzo della Questura, già Casa del Fascio (architetti R. Battigelli e F. Spangaro) e l’annessa estesa costruzione del cosiddetto “blocco piacentiniano”, che comprende la Galleria Protti (abbellita negli anni trenta dagli affreschi del pittore Carlo Sbisà) e il Palazzo delle Assicurazioni Generali, pianificati dall’architetto Marcello Piacentini (1935-1939). Le incisioni di Santo Lucas, esposte nel dicembre del 1935 presso la Galleria Michelazzi di via Mazzini a Trieste, presumibilmente assieme all’Autoritratto a pastello donato al Museo Revoltella da Antonio Fonda Savio, genero di Italo Svevo, nel 1972, vengono lodate dal critico Silvio Benco: «Insieme con un autoritratto, in cui si manifestano con compostezza, le buone qualità coloristiche di questo artista, si vede una bella serie di quei suoi disegni del quartiere di Città Vecchia, che suscitarono viva simpatia sin da quando egli incominciò a farne, e che oggi anche più attraggono poiché ci dànno aspetti di un quartiere cittadino già in gran parte scomparso. Nei disegni di Lucas – prosegue il critico triestino – è altrettanto forte il suo sentimento locale (egli abitava parecchi anni in città vecchia), quanto il suo felice intuito non solo dei valori architettonici e di chiaroscuro, ma anche dell’efficacia emotiva che può assumere una veduta arieggiata con un certo senso di grandezza. [...] Sono tutti bellissimi disegni» (S. Benco, Una Mostra del pittore Lucas, “Il Piccolo”, 11 dicembre 1935). Nel dicembre dell’anno successivo, nel Salone De Marchi di via Mercato Vecchio, nuovamente Lucas organizza “una piccola mostra” delle sue stampe, ancora una volta segnalata con entusiasmo da Silvio Benco sulle pagine del giornale locale: «La bellezza del disegno, – scrive in quella occasione il critico – la maniera semplice e originale di stamparlo trovata dal Lucas, la visione ariosa e pittoresca che egli ha di certi motivi della vecchia Trieste, hanno guadagnato già da un paio d’anni simpatia, ed anche popolarità, a questi felici lavori dell’artista. – E prosegue: – Egli ne ripresenta oggi taluni già prediletti; di altri offre nuove versioni; in alcuni si prova a una colorazione all’acquerello, che non è semplice tinteggiatura, bensì una gradevole interpretazione pittorica in colori tenui e leggeri. Insieme con le più lodate cose del Lucas, – conclude elencandole Silvio Benco – la Chiesa dei Gesuiti, Tor Cucherna, Via Donota e il Castello, Via del Pane (bellissima viuzza di chiaroscuro), vediamo anche quella sua Piazza della Borsa che, ispirata certamente dalle stampe del primo Ottocento, conserva anche il senso dell’architettura proprio a quell’epoca. Tutte ottime cose, e fatte con gusto» (S. Benco, Stampe triestine di Santo Lucas, “Il Piccolo”, 20 dicembre 1936).
Il rapporto di amicizia e di amorevole devozione instauratosi tra il giovane Santo Lucas e Vittorio Bolaffio è rievocato, inoltre, dal simpatico racconto del pittore triestino Cesare Sofianopulo, il quale circa vent’anni dopo la scomparsa del pittore goriziano, descrive con piglio ironico le peripezie del giovane amico Lucas per ritrovare l’esatto luogo di sepoltura dell’amico e poterlo quindi omaggiare di un mazzo di fiori: «Quel Bolaffio! Credeva pitagoricamente alla metempsicosi: l’anima d’un pittore passa nei suoi quadri. Ed ha fatto molti miracoli in vita sua. Quattro mesi dopo la sua morte, quando gli uccellini trillavano e gorgheggiavano allo spuntare della primavera, un amico suo fedelissimo, quello che lo assistette fino all’ultimo, sentì in cuor suo di andare a Gorizia a portargli fiori. Egli non sapeva dove l’avevano seppellito. O non era stato anche lui, Santo Lucas, nel nome del patrono degli artisti, coi familiari, a inumarlo? Non aveva anche lui, con Lina, la nobile figlia di Saba, lavorato di badile e di pala per fargli la fossa e poscia riempirla di terra? Dunque si recò con una carrozza al campo consacrato, ma la porta era chiusa. Sui battenti scrostati c’eran i ragnateli e la serratura era arrugginita. Un passante gli spiegò che doveva fare il giro del campo e, per entrarci, passare per una casetta colonica. E così fece; entrò nel cortile e a un contadino che stava estraendo col tridente il foraggio del fienile, chiese dove era il passo. E quello: “La vadi oltre el cortil, fin là che xe le galine e le oche, la passi el russel, e la ghe daghi un sburton a quel rasteleto ch’el xe là”. E il Lucas vi andò, diede uno spintone al cancello cigolante e si diresse tosto nella direzione giusta, perché subito seppe orientarvisi, siccome ricordava bene quel posto solitario, appartato. Tenendo l’occhio verso la collina, procedeva a gran passi sull’ondeggiante campo, e tra sé già si meravigliava di non aver raggiunto la tomba dell’amico, che pur doveva essere là; o l’aveva già sorpassata? Ma non v’era rimasto proprio alcun segno per indicare la tomba del Bolaffio? Fece ancora due passi, quando ecco saltar fuori dal suo covo una lepre, e fuggir come un lampo e scomparire, lasciando là i suoi nati che subito s’affrettarono a seguirla! Erano sul sasso di Vittorio Bolaffio... Credo che nessun monumento d’agata e d’oro egli avrebbe preferito a quei leprottini!»
(Cesare Sofianopulo, Trieste, 29 gennaio 1949, Archivio degli artisti, Museo Revoltella).

Testo di Susanna Gregorat, conservatore del Museo Revoltella, per la sezione della mostra “Vittorio Bolaffio e il porto di Trieste” (Museo Revoltella, 15 luglio-9 ottobre 2011) dedicata a Santo Lucas.






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