Museo Revoltella
 


Fiorella Kostoris: io mi ricordo...


«Una tipica famiglia triestina, neppure un nonno italiano, e nessuno della stessa nazionalità degli altri», spiega Fiorella Kostoris nel catalogo della mostra dedicata dal Museo Revoltella alla collezione del padre Leopoldo Kostoris: «Quelli paterni, uno polacco-ucraino, della zona di Leopoli, e l’altra rumena; quelli materni, lui di Corfù, e lei che nell’isola era chiamata “l’inglesa”; i primi, ashkenaziti, e i secondi, sefarditi: più koiné di così, non si può. I miei parlavano in italiano con noi figli, in dialetto tra loro, in tedesco con i nonni paterni, in greco con quelli materni». La domenica, se era bel tempo, «si andava in campagna, in Carso; il babbo, lo chiamavamo così e così i miei figli hanno chiamato il loro, possedeva un cavalletto pieghevole. Io ero bambina: quando è morto, avevo 11 anni. Ma qualche volta, mi lasciava dare una pennellata a quel che faceva: ho alcuni quadri suoi, con uno sgorbio mio nell’angolo». Fiorella è la figlia più giovane; Sergio non c’è più, e Gianfranco dirige, con la collaborazione di un figlio, il negozio di abbigliamento Arbiter, che con lui ha raddoppiato: alla sede del Corso, se n’è aggiunta un’altra, in via del Teatro. «Era il regalo dei nonni, materni e paterni, per le nozze dei miei; ha aperto i battenti nel 1928, ma ha preso il nome Arbiter solo più tardi: quando è stato arianizzato nel periodo fascista». Il 19 maggio 1943, il negozio di questi ebrei  è devastato: «Me lo ricordo: passavo in tram per via del Corso; vedevo gli oggetti volare in strada, e i passanti che li portavano via; a mio padre è rimasto un bottone», racconta Gianfranco. «L’8 settembre, tutta la famiglia sfolla: prima a Firenze, poi a Roma; ecco perché sono nata lì, nell’immediato dopoguerra», continua Fiorella; «ma a 40 giorni, ero triestina anch’io». Per campare, Leopoldo inizia a dipingere: vende i suoi acquarelli sotto il falso nome di Valli. «Per pagare la clinica del parto, il babbo dovette portare l’orologio al Monte di pietà». L’idea del Premio Arbiter nasce agli inizi degli anni ’50, in quel negozio triestino tornato di proprietà di Leopoldo Kostoris.

Sotto un ritratto del pittore Felice Carena dipinto da Guido Cadorin, nell’attico sui tetti di un palazzo romano del Cinquecento forse di Giacomo Della Porta, Fiorella dispensa ricordi. Il babbo che suonava il pianoforte ogni sera, e che disegnava nel suo album di bambina, con dedica «al mio fiorellino»; Marcello Mascherini ed Edoardo Devetta che gli erano vicini; i fratelli più grandi che portavano tanti amici nella casa di via San Niccolò; la scuola ebraica di via del Monte, descritta anche da Umberto Saba, la cui libreria antiquaria era, ed è, nella stessa strada dove loro vivevano, e lei assai presto comincia a frequentarla; la quotidiana passeggiata a Barcola, con la mamma e il babbo: arrivavano su una Lancia Ardea targata 10110; le visite alle mostre di quadri, con il babbo, quasi ogni domenica mattina; il ginnasio al Dante; il liceo al Petrarca, con l’indimenticabile professore di filosofia Livio Pesante; i primi anni di università con Renato Zangheri, poi sindaco di Bologna («è stato un mio grande maestro»); la laurea alla Bocconi, dove un assistente del suo professore si chiamava Mario Monti; ancora altri studi al Mit di Boston, il Massachusetts Institute of Technology: un periodo intenso e felicissimo, lei incontra Franco Modigliani, premio Nobel per l’economia 1985. Ci va con un ragazzo più grande, conosciuto a Trieste, con cui condivide gli stessi insegnanti e gli stessi percorsi: è l’inizio del lungo matrimonio con Tommaso Padoa Schioppa, da cui nascono tre figli. E la collezione? «Mai sognati di dividerla, o disgregarla. All’inizio, noi ragazzi pensavamo di venderla. Ma l’offerta delle case d’arte era così modesta, che dissi ai miei fratelli: allora, la compero io. Da quel giorno, le case d’arte rilanciavano l’offerta ogni settimana. Alla fine, i miei fratelli decisero: ora basta, vendiamola a lei, ma al primo prezzo che ci era stato proposto. Perciò, è stato quasi un regalo. Dopo la morte di mio padre, nel 1956, è rimasta come era, a parte un dipinto di Osvaldo Licini, L’angelo ribelle, acquistato nel 1958: quando si fece una mostra postuma in memoria del babbo, al Circolo della Cultura e delle Arti, 75 artisti, e vinse il primo premio. Finché c’è stata la mamma, i quadri erano in casa sua: se ne curava con grandissimo rispetto e amore».

Questi 220 dipinti, così piccoli ma pieni anche di tanti bei nomi, che cosa rappresentano? «Oh, moltissimo. Qualcosa che mi ha sempre accompagnato, e mi ha aiutato per tutta la vita. Intanto, un immenso valore affettivo. Un modo per conoscere meglio il babbo, che ho avuto vicino per troppo poco tempo, per comprenderlo e sentirlo ancora accanto: me lo descrivono ogni giorno, misurato, sobrio, ma insieme determinato e con una grande visione. Ogni tanto, mi metto a guardare le etichette sul retro, dove compare a stampa il nome del “dottor Leopoldo Kostoris”, lui che si era potuto laureare appena nel 1948, abolite le leggi razziali, quando ormai aveva tre figli e un lavoro non indifferente: tante annotazioni sul pittore e l’opera sono scritte a mano da lui, con un’incredibile precisione, quasi da funzionario austroungarico. Poi, per i miei figli è stato un mezzo per capire il nonno: ognuno di loro ha in casa almeno un quadro, di quelli che dipingeva. Forse “scende per li rami” se mia figlia Caterina, che è architetto e ha allestito anche questa mostra, sente un profondo interesse per l’arte; e se negli ultimi anni, mio fratello Sergio aveva cominciato a dipingere. Alcuni di questi quadri, non smetterei mai di guardarli. Rappresentano anche una bella avventura figurativa, la passione di una vita (è sempre stato il titolo delle loro mostre), e una panoramica dell’arte italiana come la si poteva vedere alle Biennali di Venezia del 1952 e 1954. Non è certo un caso se il Premio Arbiter nasce nel 1951-52 e se la prima mostra della Collezione Kostoris a Trieste è del 1954: l’anno in cui è arrivata l’Italia».

Ma una raccolta così, non è semplice da conservare in casa, vero? «Ricordo alcuni dipinti nella mia camera prima da bambina, poi da adolescente. Altri, sono lo sfondo delle foto nel giorno delle mie nozze, dietro agli amici venuti a salutarmi. In casa, li ho sempre tenuti nella stanza più importante; e adesso che sto per traslocare, sono già andata a decidere dove saranno collocati. Una sessantina sono isolati, in cornici bianche e senza pretese, fatte fare a mano da mio padre; un piccolo numero di astratti ancora da soli, in cornici perfino più essenziali, di legno grezzo, sempre sue; gli altri, disposti a gruppi, in grandi pannelli. Se ne preferisco qualcuno? Forse proprio Licini, l’ultimo arrivato. Ma anche una bellissima Composizione di Mario Sironi. Il babbo diceva che un artista vero, pur se è abituato a dipingere in formato parete come Sironi, sa comunicare gli stessi messaggi e valori anche entro limiti ristretti. Aveva scelto la misura in base alle ridotte disponibilità di finanze e di spazio. Scriveva agli autori chiedendo loro un’opera, e alla lettera allegava già la tavoletta di compensato. I no credo che siano stati assai pochi. A Zavattini, che possedeva una raccolta di piccoli formati ed era anche lui artista, il babbo ha scritto, ma senza ottenere risposta. Un caso raro».

La piccola misura di un uomo misurato, quasi una storia della pittura italiana in miniatura. «Possedeva scarsi mezzi e non ha mai voluto mettersi in luce. Quando si è fatta la mostra a Roma, alla Galleria nazionale d’Arte moderna nel 1999, ero perfino perplessa; mi pareva di tradire il suo riserbo». E questa esposizione a Trieste? «Ah, no: questa è voluta. Un riconoscimento, a 55 anni dalla sua morte e a 60 dal Premio Arbiter, di ciò che la città è stata per lui; un atto d’amore per quello che, ancora oggi, è per noi tutti». Ne seguiranno altre? «Ci si può pensare: gli esperti dicono che è una raccolta significativa, quasi un compendio della storia dell’arte italiana di allora; e già mio padre pensava che nel futuro avrebbe potuto svolgere un ruolo didattico, facendo capire l’arte anche a quelle che io, con rispetto, chiamo le “casalinghe intelligenti”». Qualcosa di questi proponimenti da cui è sorta la collezione, «forse è entrato anche in me: un’amica psicologa mette in relazione con lei anche un mio nuovo lavoro. Ho sempre creduto nell’importanza della divulgazione scientifica ad alto livello, e adesso, per l’Istituto dell’Enciclopedia Treccani, dirigo un Lessico di Economia e Finanza in due volumi, con 4.500 lemmi, che uscirà a fine 2012. Per la Treccani, è un inedito. Colleziono anch’io; pur se lemmi e non quadri. Anch’io piccole cose: non ci saranno grandi saggi. E anch’io con funzioni didascaliche e ansia di completezza».

Crede di ricordare che i premi messi in palio dal padre per i “suoi” pittori fossero oggetti: premi-acquisto, magari capi del suo negozio, forse perché di più non avrebbe potuto. Così piccoli, quei quadri «possedevano comunque una dimensione non competitiva con i mercati, e dunque presentavano prezzi abbordabili, oltre a non richiedere spazi casalinghi eccessivi per essere appesi». «Talora, quando me lo chiedevano, li ho prestati per qualche mostra, come è avvenuto ad esempio con il Sole Nero di Tancredi alla grande rassegna di Vicenza, a metà degli anni ‘90; altre volte, si sono fatti vivi gli eredi, come è accaduto con la figlia di Umberto Lilloni, che ha voluto vedere Tempesta a Varigotti, il dipinto del padre. Poi, rimettendo apposto le carte, ho trovato molte lettere di pittori dirette a mio padre, con simpatia e talora con deferenza; una, lo ringrazia per un soprabito: dice che è bellissimo, e promette che, se potrà, glielo pagherà. No, mi scusi, ma il nome di questo artista non posso proprio dirlo; tradirei il mecenatismo che era sicuramente una cifra significativa dell’animo del babbo». “Babbo” che combinava al lavoro, l’abbigliamento, la vera passione, l’arte; nell’amore inguaribile di una città sospesa tra il mare e le inimitabili pietre del Carso. «Oh sì, che io torno a Trieste: sempre per il Kippur, che voglio trascorrere con mio fratello e la sua famiglia; e spesso per respirarne l’aria. Di amici, a Trieste non ne ho più molti: l’ho lasciata a 21 anni, quando mi sono sposata; e molti della mia generazione sono andati via. Poi, da vera figlia di emigranti, con una madre nata e vissuta per dieci anni a Corfù e un padre dal background familiare e scolastico tedesco (non dimentichiamo che fino al 1918, Trieste era il porto dell’impero austroungarico), da bambina non ho imparato il dialetto triestino dai genitori, il che mi ha naturalmente avvicinato, una volta giunta all’università, più alla componente friulana, allora folta in quanto non esisteva ancora la sede di Udine. Ma pur lontana da Trieste, quando guardo i quadri della collezione, mi sento, sempre e di nuovo, un po’ a casa, capisce?».

 

FIORELLA KOSTORIS: IO MI RICORDO …
di FABIO ISMAN (dal catalogo della mostra “Leopoldo Kostoris e la sua collezione” aperta dal 9 dicembre al 31 gennaio al Museo Revoltella, via Diaz 27 – Trieste)

 

 






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