Museo Revoltella
 


Buon compleanno a Giuseppe Zigaina!


Forse pochi lo sanno, ma Trieste è una città molto importante nella biografia di Giuseppe Zigaina (nato a Cervignano del Friuli il 2 aprile 1924): è qui che nel 1942 il diciottenne “goriziano” (di lui non si sapeva ancora nulla salvo il fatto che studiava in collegio a Tolmino, nell’alta valle dell’ Isonzo) espone per la prima volta in pubblico alla XVI Sindacale giuliana, incoraggiato da un professore che credeva nel suo talento e accolto con sorpresa e compiacimento dalla critica più autorevole, che lo definisce addirittura “la rivelazione della mostra”.
Il contesto, benché depauperato da partenze ed eventi tragici, è pur sempre quello di una città che prima e dopo il fatidico 1914 aveva saputo esprimere attraverso grandi personalità di artisti e scrittori il proprio travaglio morale e il complesso intreccio della sua identità culturale: il ragazzo di Cervignano (a cui il professore aveva parlato di Mascherini, di Bolaffio, di Nathan, ma anche di Saba del quale era amico), si confronta nella mostra, l’ultima Sindacale triestina, con artisti affermati da tempo, tra cui lo stesso Mascherini, accanto al quale ci sono Canciani, Sbisà, Stultus, de Finetti, Lucano, la Lupieri e Bergagna, e con un gruppo di esordienti non meno agguerriti di lui, come Perizi, Daneo, Devetta e Spacal, ma evidentemente ha qualcosa di nuovo da dire e non può passare inosservato.
Del suo “Girasole” – che oggi egli definisce “un’ingenua visione animistica delle cose del mondo” – Silvio Benco scrive sul “Piccolo” del 14 ottobre 1942 parole che sembrano preludere ai futuri sviluppi della carriera dell’artista: “Natura morta sparpagliata alla Tomea, su cupissimo fondo, intorno a un fiore di girasole reciso e riverso: su di essa un tetro, romantico, drammatico, cielo. E’ una visione vigorosa, eseguita con un senso di tragicità delle cose da dover fermare l’attenzione sul giovane artista. Il girasole è impressionante: ha con pochi aggiustatissimi tocchi, un lirismo disperato.” Parole che ben si sarebbero adattate anche alle ancora lontane “Ceppaie” degli anni sessanta, agli “Uccelli nell’erba” o alle “Farfalle notturne” del decennio successivo. Parole che segnarono la sua vita. “Quando in un negozio qualcuno fece vedere il giornale a mia madre, lei si mise a piangere in silenzio, si asciugò le lacrime, prese la bicicletta e tornò a casa.”
La lunga strada di Zigaina, dunque, è partita da Trieste, con un immediato, certo inatteso, successo. Gli anni seguenti saranno intensissimi, divisi tra studio, lavoro forsennato e mostre (ma anche incontri, discussioni, scontri e amicizie importanti come quella stretta con Pasolini nel 1946) , prima a Gorizia e in Friuli e poi anche a Venezia, Milano, Modena, fino a un altro momento decisivo, la Biennale del ’48, che a ventiquattro anni lo consacra già fra i protagonisti dell’arte nazionale. E inizia la fase in cui Zigaina dipinge i braccianti friulani, le biciclette, le falci, e si fa notare dalla critica italiana più intelligente che gli riconosce una preparazione culturale straordinaria in un giovane di provincia e una sensibilità tale da avvicinarlo spontaneamente a quella generazione di intellettuali che aveva subìto l’oppressione del fascismo e “voleva credere nell’esplosione di tutte le verità taciute durante lunghi anni di esilio nel suo stesso paese” (Marchiori).
Ma è anche subito evidente che nel suo “realismo” egli mantiene una posizione autonoma, staccata dalle contingenze e dalle apparenze, perché cerca verità più profonde e necessita di strumenti espressivi adeguati per riuscire a farle affiorare, a rappresentarle. In un certo senso questo processo, nel momento in cui si conclude l’epopea dei contadini friulani, lo riporta proprio a quel “Girasole” del suo esordio, nel senso di una rinnovata attenzione per i fenomeni più semplici della vita e della natura come fonte di verità, anche se gli esiti sono ovviamente ben più complessi e raffinati. E’ l’artista stesso che lo conferma: “Tra il ‘Girasole’ del ’42 e le mie riflessioni su ‘Qualcosa che brucia’ ci sono trentacinque anni di lavoro; una vita insomma. Ed è evidente anche la metamorfosi dello stile e della tecnica, se si vuole. Ma, al profondo, la visione mi sembra la stessa: il pensiero che sta alla base è sempre mitico-simbolico…”
Dunque il girasole non è una presenza occasionale e dimenticata, anzi, in quello che Carlo Pirovano chiama “il palinsesto complesso delle referenze vitali e fantastiche di Zigaina” ritrova un posto alla metà degli anni Ottanta, nel contesto di un tema che lo stesso autore considera “l’archetipo di raccordo di tutta l’opera tarda di Zigaina, cioè la visione della piana friulana, degradante, netta e precisa verso la laguna”. Come altre “figure” simboliche (il padre, il salice) anche i girasoli “ritornano, si fissano, creano una continuità ossessiva e una persistenza di poesia”; ma non si tratta più dell’umile fiore caduto sulla terra, sono “girasoli solidi, giganteschi, vere deità naturali, grandi forme verdi cui corona un bordo dorato di luce nella pittura, o altrettanto forti, erti, ma tramati di drammaticità per l’intrecciarsi dei segni neri nelle acqueforti” (Tassi).
In un certo senso anche questa mostra è un’operazione “di raccordo” che vorrebbe ricongiungere gli sviluppi straordinari di una vicenda artistica lunga quasi sessant’anni e dilatata in uno spazio vastissimo, con il suo remoto punto di partenza, operazione tanto più significativa in quanto è la prima volta che avviene: dal ’42 ad oggi non c’è stata una mostra importante di Zigaina a Trieste.
Secondo uno di quei frequenti “paradossi” che Pirovano ha riconosciuto nell’arte “senza schemi” di Zigaina, nella sua terra egli è forse meno conosciuto di quanto lo sia nel resto d’Italia e all’estero, non tanto come uomo e come intellettuale, indiscusso protagonista di mezzo secolo di storia artistica regionale, quanto negli aspetti più particolari della sua pittura, che ha trovato un’intesa profonda con un collezionismo esclusivo e appassionato, ma resta “difficile” per gli altri. Zigaina ha scavato in profondità non solo nella natura ma anche nella storia di qui e ne ha tratto verità sconvolgenti che richiedono cultura, intelligenza, umiltà. L’intesa non è immediata.
Questa mostra, che il Museo Revoltella ha fortemente voluto nel quadro di una ricerca già avviata da tempo sui fatti fondamentali del Novecento, è importante nel suo insieme, perché nasce da una selezione molto accurata e molto meditata fatta da Carlo Pirovano, ma anche perché – a dieci anni dall’ampia antologica di Pordenone – aggiunge una serie di lavori degli anni novanta che uniscono una straordinaria intensità lirica a una rinnovata forza espressiva del segno e del colore. Più che mai nell’ultima pittura di Zigaina, tra laguna, girasoli e vigneti, si può riconoscere un “luogo come desiderio, come amore”.

Maria Masau Dan
Direttore del Museo Revoltella

(Introduzione al catalogo della mostra antologica di Giuseppe Zigaina presentata al Museo Revoltella nel 2000)
 






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