Museo Revoltella
 


Primavere ribelli. Il giardino della contemporaneita


Quando scoppia la primavera le rivoluzioni germogliano, i sentimenti esplodono e le sensazioni si acuiscono. Superato il grigiore invernale le energie si mobilitano verso l'esterno potenziando i processi di riproduzione e di rinnovamento.
Attraverso il lavoro di 12 artisti (James Brown, Massimo Gardone, Antonio Girbes, Robert  Gligorov, Gudrun Kampl, Yoshie Nishikawa, Francesca Martinelli, Lucia Pescador, Karin Pliem, Stefano Scheda, Ketty Tagliati, e Cristina Treppo) e quattro giovani stilisti scelti da Barbara Franchin un piano del museo Revoltella di Trieste si trasforma nel giardino della contemporaneità, dove le opere e gli abiti, i fiori e le piante, siano esse dipinte, fotografate o installate, esprimono lo scherno e la ribellione alla contingenza del quotidiano. Primavere ribelli, collegandosi a una precisa volontà di rinascita, vuole riflettere sulla possibilità di uscita dal torpore e dall'indifferenza, indagando i frutti di una creatività dalle origini e dai confini più disparati (Spagna, Giappone, Repubblica di Macedonia, Austria, USA,  Belgio, Gran Bretagna e Italia). Accadde che, affascinante e unico nel suo aprirsi alla vista della città e del mare, il sesto piano del Museo Revoltella si ri-mobilita in funzione dell'arte contemporanea, quale segno ed espressione delle conquiste e delle contraddizioni della società in cui viviamo. Quando mi è stato chiesto di pensare a una mostra che fosse parte di un evento più ampio dedicato alla primavera tergestina, come sempre mi accade ho messo in moto la mia memoria o pancia fotografica, individuando, patto di stabilità permettendo, un ristretto numero di artisti e di opere che fossero innanzitutto espressione di quegli aggettivi e sostantivi che questa stagione, la più femmina tra le altre, porta con sé. Incominciamo la nostra visita alla mostra con Naturamotion 3, opera site-specific di STEFANO SCHEDA, incentrata sul rapporto di senso che intercorre fra il fenomeno naturale, nella sua incontrollabilità e quello di addomesticazione culturale da parte dell’uomo. Essa gioca sull’ambiguità dello stereotipo iconico della rinascita, tra un vero e un falso essere e apparire, una sorta di psicomagia “propiziatoria”. Dalle crepe della terra essiccata escono vigorosi fiori variopinti a celebrare la rassicurante ciclicità degli eventi naturali, pur all’interno di un dramma apparentemente insormontabile. Natura e cultura si scambiano i ruoli delle loro identità e si riappropriano di un flusso visibile di continuità nel doppio sguardo dell’osservatore.
Nel loro evocare e citare mirabilmente la pittura del Seicento spagnolo (Zurbaran, Cotàn, Ribera) le vellutate composizioni floreali di ANTONIO GIRBES sono opere austere, rigorose e solenni, ma al tempo stesso, considerato che la tradizione spesso provoca e induce all’invenzione, esse sono contemporanee per tecnica, studio e realizzazione di stampa fotografica (velvet-cibachrome). Va da sé il dialogo con “La rosa del mio giardino” di KETTY TAGLIATI, un delicato ricamo su velluto che, citando la preziosità dell’arazzo nobile, è frutto di una magica ossessione, di una reiterazione: l’operosità tutta femminile, il fare, il costruire la superficie dell’opera destrutturando l’immagine del fiore.
Un fiore bianco che sanguina è quello di ROBERT GLIGOROV, opera perfettamente in linea con tutta la produzione dell’artista macedone, l’ennesima provocazione nata per sorprendere e richiamare l’attenzione di un pubblico ormai assuefatto a ogni forma di comunicazione estrema. Un cortocircuito che però si amplifica davanti alle rose non rose di MASSIMO GARDONE: delicate, fugaci, impalpabili immagini su cui uno spirito inquieto e giocherellone sembra essersi preso gioco, sporcando e incrinando la loro dolcissima perfezione.
Cemento, tende oscuranti, gesso, colori acrilici e vernice sono gli elementi che compongono l’installazione a terra di CRISTINA TREPPO. Venire alla luce ci parla di rinascita attraverso il colore ed è uno studio sul rapporto tra pieni e vuoti attraverso materiali che si supportano a vicenda rendendo manifesto un discorso che rivela contraddizioni e opposti.
Se è vero che la primavera è femmina, GUDRUN KAMPL nei tre vasi della serie “Frühling ohne Blumen” (“Primavera senza fiori”) così come nella tela Organdeschen reitera il proprio studio decennale sul dissezionamento del corpo femminile, colto però nella sua ambivalenza: a un primo sguardo una raffinata e classica stampa inglese ma anche in avvicinamento più indagativo assimilabile per associazione ad organi e frattaglie dell’iconografia corporea muliebre.
Il terremoto del Giappone si fa soffio di vento nell’installazione “Rifioriti” di LUCIA PESCADOR. Carte vecchie, registri, pagine di quaderno e pellicole diventano inventario del divenire. Una dedica che cogliendo un passaggio in blu trasforma la sua apparenza formale fino a congiungersi e quasi a confondersi col mare.
Maledetta primavera… Una rosa scritta nello spazio dell’aria/area rossa diviene abito sensuale per l’osservatore nella fotografia “Tradimento” di YOSHIE NISHIKAWA. Tautologia scombinata che rappresenta l’idea di allontanamento iconico del simbolo.
JAMES BROWN, californiano, impropriamente inserito fra i graffitisti degli anni ’80 ma che si è invece sempre distinto per un suo percorso intellettuale e personale derivatogli dagli studi di impostazione gesuita. Anche se unica nell’utilizzo dell’elemento floreale, “Untitled” (Mexico) esprime la sapienza formale e compositiva del più europeo degli artisti americani.
Ruba icone: KARIN PLIEM, giramondo, collezionista instancabile e appassionata voyeur, sovrappone e stratifica sapientemente sulla tela elementi formali prlurilinguistici per ottenere una sorta di sinfonia coloristica di richiamo futurista, brandelli pronti a fuoruscire dalla costruzione bidimensionale dello spazio. “Non c’è più tempo per primavere silenziose” di FRANCESCA MARTINELLI ha il sapore di una barricata, un accumulo di sedie in disuso, lise dal tempo, il lontano tempo delle rivoluzioni, delle sommosse e delle rivolte improvvise come le primavere (Praga, 1968 in primis). Una messinscena, un teatro della memoria per risvegliare e scuotere sentimenti, ci auguriamo, apparentemente sopiti.
E a chiudere voglio sottolineare, qualora ce ne fosse bisogno, una realtà forte, una primavera tutta triestina che si irradia nel mondo della creatività senza confini: ITS. I quattro abiti scelti da BARBARA FRANCHIN, individuati nel suo magico archivio creativo (ITS Archive Creative) sono i fiori e i frutti di quell’operosità più che decennale, della ricerca e della volotnà di uscita dal torpore che ben si innestano nel concetto generale di questa mostra.
Un trucco, in fondo, quello delle piante e dei fiori, per parlare anche e soprattutto d’altro, come accade abitualmente con l’arte contemporanea. Quanto è più forte in primavera la voglia di ribellarsi all’ordine precostituito? Quanto desiderio c’è in tutti noi di una vera e spontanea rinascita culturale, di una rigenerazione intellettuale? Possiamo continuare a sperare che l’artista si ponga delle domande indagando i luoghi anche più nascosti della realtà?

Marco Puntin


“… Primavera non bussa lei entra sicura.
Come il fumo lei penetra in ogni fessura
ha le labbra di carne come i capelli di grano
che paura, che voglia che ti prenda per mano.
Che paura, che voglia che ti porti lontano…”

Fabrizio De Andrè, Un chimico, 1971






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