Museo Revoltella
 


Il ritorno di Leonor Fini


Un personaggio come Leonor Fini non si può dimenticare, anche dopo decenni di assenza, anche dopo che se ne è andato per sempre. Leonor Fini è rimasta nell’immaginario come una figura eternamente giovane, dal fascino magnetico, misteriosa e passionale, unica e irraggiungibile. Chi l’ha conosciuta ne è stato stregato per sempre e ne parla ancora come di una figura contemporanea, che ha saputo vivere il suo tempo senza esserne prigioniera, cogliendo e trasmettendo il bello della vita in assoluta libertà. Anche chi la conosce soltanto ora attraverso i racconti, le letture, le immagini e le sue opere, viene irretito da lei ed è difficile che rimanga indifferente. Un destino solitamente riservato ai divi del cinema o della musica, a chi, per suo talento e altri doni della natura, ha la capacità di far sognare. Meno frequentemente questo capita ai pittori, che di solito restano sullo sfondo del loro lavoro, lasciano parlare le opere e non si intromettono mai nel silenzioso colloquio che si instaura fa spettatore e quadro. Ma questo non è il caso di Leonor Fini, che è sempre presente nelle sue opere, quasi che ogni tela, qualsiasi sia il soggetto, nasca come un autoritratto.

Inevitabile, dunque, che nell’affrontare lo studio di quest’artista, sorga una forte curiosità nei confronti della donna, così bella e stravagante, alla scoperta di quel “sontuoso ed effervescente teatro dell’io” che, secondo Ernestina Pellegrini, è la sua maniera di presentarsi agli altri, anzì è“una vera e propria ‘automitografia’,  mentre, secondo Jean-Claude Dedieu, va vista come una teatralità “diversa dal gioco”, è proprio “una necessità vitale, in virtù della quale viene abolita la differenza fra la vita reale e la vita jouèe”.

Questa attrazione esercitata dall’apparenza di femme fatale ha certamente giovato alla Fini in termini di celebrità ma le è nuociuto da un punto di vista strettamente artistico, provocando una certa, duratura, diffidenza da parte della critica, soprattutto italiana, che non ha saputo trovare per lei la giusta collocazione nel quadro, pure articolato e vario, del Novecento. Di sicuro anche la lontananza ha influito nell’affermarsi di uno stereotipo che le ha assicurato più spazio nelle cronache mondane che nelle Biennali, una lontananza che l’ha resa invisibile in Italia senza assimilarla completamente nell’ambiente francese; e nello stesso tempo ha scontato il suo essere indipendente dagli uni e dagli altri: un’ italienne de Paris che è stata bene accolta al suo arrivo dal gruppo degli illustri italiens (Campigli, de Chirico, de Pisis, Paresce, Savinio, Severini e Tozzi) come evidenzia nel suo testo Isabella Reale, ma ha saputo mantenere la sua individualità, rimanendo allo stesso tempo estranea agli stretti vincoli imposti a chi faceva parte integrante della cerchia surrealista.

E’ altrettanto certo, però, alla luce dell’analisi dei documenti sulla sua attivi condotta per questa mostra, che ci sia stata una colpevole disattenzione da parte della critica italiana, attribuibile più all’incapacità dei critici di inquadrare una personalità così complessa e diversa, piuttosto che all’anomalia di una pittura che ha resistito a tutte le innovazioni e ai movimenti.  Non a caso ad essere attratti dal suo mondo creativo e interessati al dialogo con l’artista sono stati in ogni fase della sua vita soprattutto i pittori, una lunga serie di amici che inizia a Trieste, con due figure centrali del dopoguerra come Arturo Nathan e Carlo Sbisà, prosegue tra Milano e Parigi con Achille Funi, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Massimo Campigli, Giorgio De Chirico, Mario Tozzi… E poi il giro si allarga nella dimensione internazionale con i surrealisti, Salvador Dalì, Max Ernst, a cui seguiranno tanti altri che sarebbe troppo lungo elencare, e dà luogo a una situazione sempre più promettente, con il coinvolgimento in alcune mostre importanti di Parigi e New York… Ma, si chiede Vanja Strukelj, “cosa arriva di queste esperienze internazionali di Leonor Fini in Italia? Quale è l’immagine di questa artista, cantata da Eluard, presentata da de Chirico, fotografata da Cartier Bresson e Man Ray?” . Attorno al 1938 compaiono articoli importanti sull’attività e la fama raggiunta dalla trentenne Leonor Fini all’estero, ma si inizia anche a parlarne come di  un fenomeno curioso, a rimarcare soprattutto la sua ambiguità, i suoi “mascheramenti e travestimenti”, la sua dipendenza dal surrealismo (Raffaele Carrieri nel 1938 scrive: “Al contatto del surrealismo lo spirito avventuroso di Leonor s’è sfrenato partecipando a tutte le lusinghe del diabolico e del soprannaturale”) e, infine, il sostegno dato alla sua pittura “da una maliziosa e finissima tecnica”. E quando, nel 1945, Alberto Savinio presenta la sua personale di Roma, tutta la critica impegnata  di quegli anni isola la pittrice, bocciandola come un epigono del Romanticismo e considerando la sua pittura troppo intellettuale e letteraria, per cui, anche se i suoi dipinti, riconosce Guido Piovene, sono “belli come un oggetto della bellezza di un fossile e di una gemma” non si può dire che “partecipino allo sviluppo vivo della pittura”.

Fortunatamente, in quell’occasione, osserva ancora la Strukelj, affiorano anche altre posizioni: “gli scritti di Savinio, Praz e Moravia ci prospettano punti di vista e posizioni che dimostrano quanto ricco e variegato sia il clima culturale romano, difficilmente riducibile alle schematiche contrapposizioni ideologiche ed estetiche proposte dalla storiografia; i dipinti di Leonor Fini diventano infatti anche lo spunto per fare i conti con l’esperienza del Surrealismo internazionale, per difendere una linea di ricerca che rischia di non trovar spazio, di restare enclave minoritaria nel clima di condiviso sostegno all’impegno, nella corale aspirazione ad una ricerca artistica capace di farsi strumento di ri-costruzione civile e morale, strumento di indagine della realtà contemporanea.”  

Dal dopoguerra in poi, però, si registra un distacco profondo e insanabile tra Leonor Fini e la critica italiana, che preferisce ignorarla, lasciando che venga inquadrata come un fenomeno di costume, un personaggio da rotocalco. Per contro, la sua attività internazionale incontra un consenso crescente sia in Europa che negli Stati Uniti, da cui derivano una fama sempre più dilatata e una presenza fissa nel mercato dell’arte, con risultati costantemente eccellenti.

Oggi, a oltre un decennio dalla morte e, superato anche il centenario della nascita, circostanza che ci libera da rituali meramente celebrativi, Leonor Fini (1907-1996) può essere osservata dalla giusta distanza e valutata in tutti i suoi aspetti con uno sguardo senz’altro più distaccato, lo stesso che permette di ristabilire le proporzioni tra le varie correnti e mode che hanno percorso il Novecento, talune senza reggere il passare del tempo. La prima scoperta che si fa riaccendo i riflettori su di lei è la modernità del suo personaggio, che ha certamente anticipato i tempi, e forse per questo non è stata compresa da tutti, mentre oggi appare come un fenomeno perfettamente in linea con l’attuale concezione dell’arte, libera da scuole, regole e modelli e frutto di contaminazioni di genere e linguistiche. Anche la sua “vita-opera d’arte” appare più comprensibile nel tempo che viviamo e non è un caso che persino un mito della musica pop, come Madonna, si sia ispirato alla pittura di Leonor Fini.

Una mostra della Fini, perciò, proprio perché si organizza in Italia ed arriva oltre un quarto di secolo dopo l’ultima importante personale allestita nel 1983 dalla Galleria d’arte moderna di Ferrara, deve affrontare molti problemi contemporaneamente: il difficile rapporto con la critica italiana e l’assenza di studi complessivi su di lei;  la ricostruzione di tutta la sua storia, dall’inizio alla fine, ricucendo il troncone italiano e quello francese; il recupero dell’identità dell’artista, o almeno un tentativo di comprendere il sistema di relazioni creato da Leonor Fini e i riflessi che questo ha generato nella sua arte; una più attenta e partecipe lettura delle opere, a caccia di significati e simboli su cui forse non si è abbastanza indagato, lasciando solo alle parole dette dall’artista la decodificazione del suo immaginario;  il superamento dello stereotipo dell’artista-diva, del personaggio costruito artificiosamente, al fine di sancire la coerenza di una modalità espressiva che ha implicato un totale e autentico coinvolgimento, personale e professionale; la raccolta di testimonianze dirette di coloro che le sono stati vicini in diversi momenti della sua vita; la riscoperta  delle sue radici culturali in quella dimensione triestina che, anche attraverso il caso di Leonor Fini, rivela tutta la sua eccezionalità e la sua ricchezza.

Probabilmente nemmeno questa mostra, nata in quel Museo Revoltella che non ha avuto certamente una parte secondaria nella formazione dell’artista, rappresenta una sintesi perfetta dell’arte di Leonor Fini, ma aggiunge senz’altro molti elementi di conoscenza, molti nomi, molte immagini, molti collegamenti utili per un futuro, definitivo, inquadramento dell’artista anche nel Novecento italiano.

 

Maria Masau Dan

 

 

 

 

 

 

 






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