Museo Revoltella
 


Omaggio a Carlo Sbisa'. Le opere del Museo Revoltella


Uscita recentemente nella collana d'arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, la monografia di Vania Gransinigh su Carlo Sbisà è stata presentata qualche giorno fa nell'auditorium del Museo Revoltella dall'autrice assieme ad Ada Masoero. Per l'occasione il Museo ha ritenuto di allestire una piccola mostra nello spazio adiacente l'auditorium in cui sono stati collocati gli importanti dipinti, i disegni e le stampe che documentano il pittore nella collezione dell'istituto. Una vetrina ospita documenti relativi all'attività svolta come membro del Curatorio del Museo e preziosi cataloghi delle sue mostre.

Vale la pena soffermarsi sulle tre opere più significative della mostra che resterà aperta fino alla fine di aprile.

Carlo Sbisà, La Venere della scaletta, 1928
olio su tela, cm 100x90

Nel 1928 Sbisà torna definitivamente a Trieste da Firenze e tiene la sua prima personale (presentato da Italo Svevo) alla Galleria Michelazzi. E'un anno importante, dunque, che, tra l'altro, vede anche la sua prima decisa affermazione alla Biennale di Venezia - alla quale aveva già partecipato nel '22, nel '24 e nel '26 - grazie soprattutto all'opera "La Venere della scaletta" , ancora ricca di suggestioni fiorentine e rinascimentali.
Come scrive Luciano Budigna (1965), "La Venere della scaletta" appare come un'opera esemplare non soltanto di quella felicissima stagione del pittore triestino, sì anche di tutta la più qualificata produzione artistica nazionale di quel periodo. Silvio Benco non mancherà di ricordarlo in diverse occasioni: 'quel quadro esposto non solo nella sala di Felice Casorati ma in immediata vicinanza delle sue opere, attrae l'attenzione, ammalia per così dire lo sguardo, come non tocca quasi mai a chi espone troppo vicino a un celebrato maestro.' E ancora: 'La luce d'oro che impregna le carni della bella creatura ignuda si diffonde a tutte le umili cose che fanno con lei una riposata musica. Quell'incantevole quadro inizia la linea delle composizioni melodiose, in cui il nudo femminile, non certo astratto, ma pur sentito nella sua dolcezza come un elemento di purità e quasi direi materiato della più casta gioia d'esistere, regna sopra una solitudine modulata in linee architettoniche o affascinata dall'azzurro intenso del mare o da quello più misterioso dello spazio infinito".  E presentando la mostra dei pittori Fini, Nathan e Sbisà alla Galleria Milano di Milano, nel gennaio 1929, Benco affermerà: "Il nudo esposto l'anno scorso a Venezia, 'La Venere della scaletta', nudo che io ammiro molto, lo mostrava deciso a sostenere insieme la sontuosità del tono e le ricerche di luce e forma. I problemi ardui della pittura adunque egli li affronta in pieno, accettando una disciplina complessa, che poco campo lascia al fantasticare."
Il monumentale nudo, circondato e parzialmente avvolto da morbidi drappi, è inserito in uno spazio architettonico più volte utilizzato come sfondo da Sbisà con poche modifiche: un interno spoglio di cui si vede solo uno scorcio con una rampa di scale illuminata da una finestra ("Elisabetta e Maria" e "Ritratto femminile" del 1926) che presenta anche molte analogie con gli interni conventuali dei dipinti di soggetto francescano del 1925. Ma è la prima volta che l'artista vi inserisce un nudo, tema trattato in precedenza solo nel dipinto "Bethsabea", che troverà una variante molto simile nella "Nuda al bagno" sempre del 1928.  -
Quanto a possibili riferimenti contemporanei, oltre a quelli classici (Tiziano in primo luogo), se si considera  "L'allieva" di Sironi un modello per "La disegnatrice" ,potrebbe esserci un collegamento anche fra "La Venere della scaletta" e il "Nudo allo specchio" esposto da Sironi alla Biennale del '24.
Donata dall'autore al museo nel 1933 l'opera venne ad aggiungersi alla "Disegnatrice" acquistata nel 1930 nell'ambito di un'iniziativa di allargamento della raccolta anche ai giovani artisti della città.

Carlo Sbisà, La disegnatrice (Ritratto di Felicita Frai), 1930
olio su tela, cm 95x75

L'opera fu presentata alla Biennale di Venezia del 1930 e fu acquistata dal Museo Revoltella nello stesso anno. Raffigura la pittrice Felicita Frai seduta al tavolo da disegno su uno sfondo architettonico ornato da una statua classica collocata in una nicchia e aperto su uno scorcio di paesaggio.
Non c'è dubbio che l'opera rappresenti una versione 'moderata' di uno dei quadri più noti del periodo classicista di Sironi, "L'allieva" , presentato e probabilmente visto da Sbisà alla Biennale del 1924. Molte le analogie, a partire dalla composizione (e perfino dalle dimensioni dei due dipinti): la collocazione della statua, la posa delle mani, gli strumenti sul tavolo, la testa rivolta verso destra a guardare lontano; ma anche la  mezzaluna chiara formata dal colletto che illumina il volto , come in Sironi è dato dall'ampia scollatura, e l'arco scuro che sfonda la parete sulla destra del dipinto.
Felicita Frai, nata a Praga nel 1914, fu allieva di Sbisà fra la fine degli anni Venti e l'inizio del decennio successivo. Più tardi avrebbe compiuto la sua formazione con Achille Funi e Giorgio de Chirico
L'opera che la vede protagonista inaugura una fase della carriera di Sbisà dedicata quasi esclusivamente al ritratto e in particolare al ritratto "professionale": nello stesso anno infatti il pittore esegue il primo ritratto di Umberto Nordio intitolato "L'architetto" (e, a sua volta, seduto a un tavolo con squadretti e matite sullo sfondo di una costruzione contemporanea), poi sarà la volta de "Il Palombaro", "Il motociclista", "Il chimico", "L'amazzone", "Gli astronomi" e molto più tardi "Il medico".

 

 

Carlo Sbisà, Il palombaro, 1931
olio su tela, cm 105x92
proprietà Regione Friuli Venezia Giulia

Si tratta di uno dei più significativi ritratti eseguiti da Carlo Sbisà nei primi anni Trenta. Raffigura l'architetto Umberto Nordio (1891-1971), amico dell'artista, che gli aveva già dedicato un ritratto "professionale" nel 1930, secondo uno schema simile a quello usato per "La disegnatrice": seduto al tavolo di lavoro pieno di squadrette e matite sullo sfondo di un'architettura contemporanea triestina (la Casa del Combattente, allora in costruzione, di cui era il progettista). La scelta di 'vestire' Nordio con una 'monumentale' tuta da palombaro sembra dovuta, benché alla larga, alla sua attività di progettista di arredamenti navali. Tuttavia l'impiego di elementi così legati al lavoro materiale non impedisce all'artista di dare al ritratto un'impostazione classica e di utilizzare ancora una volta il riquadro di una finestra aperta sul paesaggio per incorniciare il mezzo busto di Nordio. Questa volta il personaggio si affaccia dall'esterno e varca il limite del davanzale solo con le mani forti e nodose che stringono, l'una, il pesante martello e, l'altra, il casco tolto momentaneamente dal capo, che appare piccolo e sproporzionato rispetto alla massa del corpo appesantito dal coriaceo abbigliamento. Lo sguardo è malinconico e assente, in sintonia con lo sfondo di un mare oscurato da nubi minacciose, dove una nave sembra sul punto di colare a picco, che pare tratto dai dipinti di Arturo Nathan, un altro grande amico di Sbisà, che nello stesso periodo dipingeva paesaggi marini di carattere metafisico (tra cui "Statua naufragata" e "Scoglio incantato" del Museo Revoltella).






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