Museo Revoltella
 


Ricordando Basquiat


Il 12 agosto 1988 moriva Jean Michel Basquiat uno degli artisti più interessanti della sua generazione, celebre (assieme a Keith Haring) per avere portato nelle gallerie d'arte il graffitismo metropolitano. Un decennio dopo, nel 1999, il Museo Revoltella ha ospitato una grande mostra di Basquiat, anzi, "la più completa mostra di Basquiat fino ad allora organizzata in Europa" come  affermava nel bel catalogo edito da Charta il curatore Bruno Bischofberger. A ventisette anni dalla morte - a soli ventotto anni - di Basquiat vogliamo ricordare quella memorabile esposizione, che durò tutta l'estate ed ebbe un grande successo.

Comunicato stampa del Museo Revoltella del 15 maggio 1999.

PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA JEAN-MICHEL BASQUIAT
L’artista newyorchese che sconvolse ogni convenzione estetica e divenne un mito vivente corteggiato dalla critica, dai collezionisti e dai mercanti di tutto il mondo.
Trieste presenta la più completa esposizione mai realizzata fino ad oggi in Europa su Jean-Michel Basquiat a undici anni dalla sua scomparsa.
La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste e organizzata dal Museo Revoltella, è curata da Bruno Bischofberger (il primo a sinistra nella foto; accanto a lui Roberto Damiani, assessore alla cultura, Maria Masau Dan, direttrice del Museo Revoltella e Giuseppe Liverani, editore).

La selezione delle opere, fatta appositamente per il Museo, raccoglie ben 110 lavori: 68 dipinti, 2 sculture e 40 disegni, tra cui alcune eccezionali testimonianze delle straordinarie collaborazioni con Andy Warhol e Francesco Clemente.
Le opere sono state scelte esclusivamente tra quelle più importanti esposte nelle mostre americane ed europee, alcune delle quali quando l’artista era ancora in vita,  citiamo fra tutte le retrospettiva più completa che gli ha dedicato il Whitney Museum of American Art di New York nel 1992.
Nato a Brooklyn nel 1960 da madre portoricana e padre haitiano, Jean-Michel a dodici anni si trasferisce a Portorico, a quindici torna a Brooklyn e inizia il periodo delle fughe, dei vagabondaggi, delle droghe e della creazione artistica. Vive in squats, comincia a farsi conoscere per le scritte sui muri siglate SAMO e viene notato da Keith Haring. La musica  è l’altra sua anima, Basquiat ama il jazz, fonda un gruppo nel quale suona e frequenta il Club 52, locale storico break dance e rap. Un giorno abborda in un ristorante un critico d’arte molto potente, Henry Geldzahler, e gli vende cartoline postali ridipinte; in quello stesso periodo Rene Ricard, poeta e influente critico d’arte, lo nomina su Artforum in un articolo dedicato a Haring e ai graffitisti newyorchesi, intitolato The Radiant Child, che fece epoca. Il successo esplode improvviso. Partecipa a mostre prestigiose in tutto il mondo, inizia a collaborare con Bruno Bischofberger, gallerista di Andy Warhol, che sarà per lui una figura fondamentale e il suo mercante esclusivo. Ha fretta di vivere, con Warhol stringe un forte sodalizio artistico e realizza a quattro mani con lui opere memorabili. Applaudito come una rockstar, blandito da critici e galleristi, inseguito dai collezionisti, l’artista forse intuiva che aveva poco tempo perché ha lavorato con un impeto e un’irruenza veramente fuori dal comune.
Presto lascia i graffiti e inizia a lavorare su grandi tele che dipinge e riempie di parole, numeri, frasi anche irriverenti. Jean-Michel racconta con forza e con rabbia la sua città, la violenza, la realtà multirazziale che la attraversa, le rovine, la spazzatura.
La morte di Warhol, con il quale aveva instaurato anche un’intensa amicizia, lo stronca; il giovane precipita in una crisi così profonda da smettere quasi di lavorare.
In America lo hanno paragonato a James Dean. Come lui confuso e solo, insicuro e incredibilmente dotato di talento, morto tragicamente, Basquiat, amico di molti degli artisti della sua generazione, soprattutto di Keith Haring e Francesco Clemente, ha lasciato un corpus di opere stupefacente per vastità, diversità di temi, materiali e qualità pittorica. La sua grandezza è consistita nella capacità di integrare la cultura afroamericana, l’amore per la musica, la cultura pop e la storia del jazz in un linguaggio visivo straordinario.
Cantastorie irruente, ha lasciato quadri rap, quadri narratori di eventi e storie mentali; Basquiat è l’unico artista della sua generazione al quale sia stato dedicato un film, girato da Julian Schnabel, l’artista che con lui ha condiviso una parte della fatica di sopravvivenza nel difficile mondo del mercato dell’arte contemporanea.
Il suo lavoro appare disordinato e sgangherato solo ad una lettura superficiale perché in realtà in quelle grandi superfici c’è un equilibrio sorprendente e un rigore di costruzione difficile da imitare. Basquiat ha manifestato un bisogno preciso di esprimere e definire il suo ruolo nel mondo vasto e frenetico della cultura multietnica e urbana di

New York; ragazzaccio ribelle e riuscito a farsi sentire al disopra del rumore degli anni Ottanta, l’epoca nevrotica nella quale è nato e cresciuto. È morto per overdose nel 1988.
“Basquiat” sarà proiettato presso l’Auditorium del Museo per tutto il periodo di apertura della mostra.
La casa editrice Charta, che ha proposto l’iniziativa al Museo, pubblica l’ampio catalogo che accompagna la mostra. Anteprima per la stampa sabato 15 maggio 1999 - ore 16.00
Inaugurazione sabato 15 maggio 1999 - ore 18.30.

Il pubblico presente all'inaugurazione il 15 maggio 1999. In prima fila l'artista Enzo Cucchi.

 

 

 

 


 






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