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Cesare Dell’Acqua, artista e decoratore rinomato, nel secondo centenario della sua nascita 22 luglio 1821 – 2021

Autoritratto, 1851, olio su tela, 40×40 cm, inv. 81, acquisto del museo, 1884

Per il completamento dell’apparato artistico del sontuoso palazzo di città, nel cuore dell’ottocentesco Borgo Giuseppino, accanto al pittore Augusto Tominz, che nel 1858 decorò il soffitto del Salone da ballo, Pasquale Revoltella scelse il pittore Cesare Dell’Acqua (Pirano 1821 – Bruxelles 1905), originario di Pirano, e l’artista triestino Giuseppe Lorenzo Gatteri (Trieste 1829 – 1884), a cui il Museo Revoltella, ha dedicato nel 2016 una mostra e pubblicato un catalogo che verrà presentato il prossimo 30 settembre.
Tra il 1855 e il 1857, mentre erano in corso i lavori di edificazione di Palazzo Revoltella, avviati nel 1853, Revoltella commissionò dunque a Dell’Acqua e Gatteri quattro dipinti di rilevante valore storico e di profondo significato personale, poiché le suddette opere avrebbero suggellato la doppia anima del ricco imprenditore: veneziana e triestina.
Fu così che Dell’Acqua immortalò due accadimenti storici determinanti per la storia di Trieste, città che vide la personale affermazione del barone, e Gatteri riprodusse invece due episodi legati alla storia e alle tradizioni di Venezia, città natale del nostro munifico fondatore. Proprio a tale scopo Revoltella si rivolse ai suoi artisti ‘protetti’, come Carlo Wostry definì, nella sua Storia del Circolo Artistico di Trieste, Dell’Acqua e Gatteri che furono amici e compagni all’Accademia veneziana e che eccellevano entrambi nel genere della pittura di storia.
Oltre ai due grandi dipinti sopa citati, La proclamazione del Portofranco di Trieste del 1855 e la Dedizione di Trieste all’Austria del 1856, del pittore Cesare Dell’Acqua il Museo Revoltella possiede altri sette dipinti ad olio, tra ritratti e scene storiche, e poco meno di una quarantina di disegni, tra schizzi preparatori e disegni finiti realizzati sul recto e sul verso di diciotto fogli, provenienti dal lascito Rusconi del 1963.

La proclamazione del Portofranco di Trieste, 1855, olio su tela, 152×224 cm, inv. 5, legato barone Pasquale Revoltella, 1872

Il dipinto venne eseguito su commissione di Pasquale Revoltella per il nuovo palazzo costruito dal barone (1753), attuale sede del Museo. L’anno dopo l’artista avrebbe completato anche il suo pendant, La dedizione alla Casa d’Austria. Come suggerisce Maria Masau Dan (1996), i dipinti vennero affidati a Dell’Acqua “quasi certamente per il tramite di Kandler”. E allo storico Pietro Kandler, con l’avallo del committente, spettò probabilmente di scegliere due episodi di storia triestina che potessero dar lustro alla dimora del Revoltella e alla fama di mecenate che egli perseguiva. “Che si tratti di un’impresa a carattere pubblico, e pertanto di taglio museale, e non di una mera scelta da collezionista è dimostrato, se mai ci fossero dubbi, dall’esistenza di uno stampato di quattro pagine […] attribuibile senz’altro al Kandler, che reca una dettagliata descrizione dell’opera” (Masau Dan, 1996.). Nell’opuscolo si reperiscono tutte, o quasi, le informazioni necessarie a “decifrare” la rappresentazione. Dopo che Carlo VI nel 1717 aveva con le sue “ordinanze” favorita la città di alcune esenzioni, nel 1719, cedendo alle reiterate insistenze della popolazione, si concedeva a Trieste la “patente” di Portofranco. La notizia è portata dal nobile Giovanni Casimiro Donadoni, ultimo peroratore della causa triestina a Vienna, “caldissimo avvocato del Portofranco”, che giunge a cavallo nell'”emporio mercantile”: secondo le parole del Kandler quel “sito murato, che anche poi e sino a Maria Teresa fu Portofranco, fino a che questo fosse esteso a tutta la città. La scena rappresenta appunto questo recinto, il quale era il terreno, ove oggi è il teatro e li fondi all’intorno”.
In questo spazio delimitato dal muro di cinta, con il portale d’ingresso sormontato dalle statue di Nettuno e Mercurio – allusive della navigazione e del commercio (il Nettuno sembra desunto dalla statua di Antonio Bosa per l’attico della Borsa) (cfr. Pavanello 1988, p.278) – si distinguono due gruppi di personaggi. A sinistra, in mezzo alle mercanzie, i tipi rappresentativi delle popolazioni “commercianti”: “il Carniolico, l’istriano dell’interno, i propri, l’Ebreo, il Dalmata, il Greco dell’Adriatico; a destra “i patrizi siccome quelli che più d’altri desideravano il commercio al quale poi non era lecito di partecipare nè parteciparono, e che anzi dal Portofranco dovevano venir annichiliti”. Il natante che si vede di poppa nel porto, oltre il cancello, come gli altri impavesato per l’occasione, è “una di quelle due navi che nel 1717 uscirono da Ostenda e si recarono all’Indie Orientali per esplorare quale commercio propizio potesse avviare l’Austria con quelle parti remote”.

Queste, in sintesi, le informazioni fornite dall’opuscolo illustrativo tirato a chiarimento dell’opera. Osservando attentamente il dipinto, sorge altresì il sospetto che nella rappresentazione vi sia dell’altro, particolari di carattere privato che non si intendeva dare “in pasto al pubblico”. Non è mai stato notato, ad esempio, che, oltre alla firma del pittore e alla data, apposte per esteso e in bella grafia sul margine inferiore destro della tela, sulle casse e sugli imballi delle merci in transito si leggono alcune stampigliature, non prive di significato. Il coperchio di un barile é marcato “C.D.A. / 1855”, acrostico facilmente risolvibile, trattandosi evidentemente del monogramma di Dell’Acqua e della data del dipinto; sull’imballo a questo soprammesso si leggono le lettere “P R”, allusive al nome del committente: Pasquale Revoltella; sulla cassa nell’angolo all’estrema destra del quadro si vedono le lettere “M S” intrecciate: é molto probabile – come suggerisce Bianca Cuderi, che ringrazio – che i caratteri si riferiscano al cognome del più caro amico di Pasquale Revoltella, suo esecutore testamentario e primo presidente nel Curatorio del neoistituito museo, il barone Giovanbattista Scrinzi di Montecroce; nessun indizio consente invece, allo stato attuale degli studi, di sciogliere il significato di due altre iniziali, “C S”, che si intravedono, seminascoste, sull’altra cassa, isolata verso il centro del quadro.

Se risulta difficile valutare oggi quale parte avesse avuto Scrinzi di Montecroce nella commissione, vale invece forse la pena segnalare un particolare curioso. Nel gruppo dei “patrizi” due personaggi si distinguono tra la folla – tanto da essere utilizzati spesso quale “particolare” nelle riproduzioni fotografiche del dipinto – per essere le loro figure isolate dalle altre, per essere riccamente vestiti e sopratutto per presentare fisionomie maggiormente individuate. Si tratta di una dama bionda e del suo elegante accompagnatore che saluta Donadoni alzando il tricorno. La fisionomia di quest’ultimo, cui sembrano indirizzarsi gli sguardi del messaggero, corrisponde a quella, ben nota, di Pasquale Revoltella, riconoscibile quanto basta, pur senza i consueti favoriti e sotto il “velo” del costume settecentesco, con tanto di parrucca. Viene subito da chiedersi chi sia la graziosa accompagnatrice, se le iniziali “C S” abbiano a che fare con lei e quale relazione sussista tra la coppia e il neonato tenuto in braccio da un servo, il quale pure ha tutta l’aria di un ritrattino: domande tutte alle quali, per il momento, non è possibile rispondere, e forse è proprio ciò che avrebbe desiderato il barone Revoltella.

Conclude Kandler nella sua illustrazione del dipinto: “Del merito artistico nulla diremo, ché il pittore Dall’Aqua è ormai tale che il nome suo è giudizio. Diremo all’invece del committente il quale precettato l’argomento, ha voluto che le storie dell’emporio sieno scritte sulle tele, e da sì valente pittore. Se non andiamo errati è suo proponimento che il quadro passi in modo sicuro ai posteri, che vedranno, come il pensiero dell’emporio, cominciato in opera entro recinto meschino, varchi ora l’istmo di Suez e pel Mar Rosso si rechi alle Indie, alle quali nel 1717 inviavansi navi investigatorie”.

La dedizione di Trieste all’Austria, 1856, olio su tela, 154×226 cm, inv. 6, legato barone Pasquale Revoltella, 1872

Il dipinto venne commissionato da Pasquale Revoltella all’artista “quale combinato dell’altro rappresentante la proclamazione del Portofranco”, come si desume dal pieghevole approntato dal Kandler nel 1856, probabilmente in occasione della presentazione al pubblico dell’opera, come doveva essere successo l’anno precedente per il Portofranco.

Soddisfatto dalla prima prova di Dell’Acqua, il barone voleva ritentare la prova con un altro episodio di storia patria. Non è da mettere in dubbio che se la scelta dell’argomento poteva essere stata del committente, come lo stesso Kandler afferma nell’opuscolo, le notizie storiche sull’evento, necessarie all’artista per svolgere coerentemente il tema, furono messe insieme dallo storico triestino. L’episodio in sé era relativamente semplice: si trattava di ricostruire idealmente la cerimonia con la quale il 30 settembre 1382 Ugone di Duino, in Trieste, giura di “tenere la città pel Duca di Osterreichi”, che è quanto dire, con termine kandleriano, la “dedizione” di Trieste agli Asburgo o, come si direbbe oggi, l’atto di volontaria sottomissione alla casa regnante austriaca.

La scena qui rievocata si svolge nella loggia dell’antico palazzo pubblico, prospiciente la piazza grande della città: la ricostruzione di Dell’Acqua degli edifici trecenteschi si basa sui dati forniti da Kandler, poi integrati “di fantasia” dall’artista. Il personaggio in rosso – l'”assisa” per usare il termine dell’epoca – è Nicolò di Collalto, podestà uscente, che è raffigurato in atto di consegnare il bastone di comando a Ugone che ha appena giurato. “Fanno corteo al Podestà i Giudici, il Cavaliere del Comune, i Pregadi, e gli armati, quasi uscissero dalla Sala di Consiglio, e gli sta a lato il Gonfalone della città, il quale sarebbe poi stato il vessillo suddito […]. Anche il Vescovo prende sito nel quadro, a santificare la promissione ed a riconoscere il novello Signore, ed era Vescovo allora Angelo Canopeo da Chiozza nell’Estuario Veneto”.

Il soggetto mette l’artista in condizione di mostrare le sue notevoli doti di inventiva nel ricostruire con verosimiglianza la scena trecentesca, pur senza rinunciare a quel tanto di “teatralità” – scoperta nell’utilizzo delle luci da teatro e nella scelta dell'”inquadratura” – connaturata allo spirito romantico, anche quando si affrontavano soggetti storici dopo accurata indagine e con l’ausilio di strumenti affidabili.

[schede delle opere tratte dal catalogo Il Museo Revoltella di Trieste, a cura di M. Masau Dan, Terra Ferma, Vicenza 2004, pp. 80-81]

Autoritratto, [post 1881], olio su tela, 73×59 cm, inv. 4814, donazione Flavio Tossi, 1994

BIOGRAFIA

Cesare Dell’Acqua

(Pirano 1821 – Bruxelles 1905)

Nato a Pirano da famiglia agiata, dopo la morte del padre, che esercitava la professione di giudice, nel 1826 segue la madre e i fratelli a Capodistria, dove inizia gli studi che prosegue a Trieste dal 1833. Le difficoltà economiche tuttavia lo costringono a trovare un impiego presso una ditta di spedizioni. Fin da bambino è interessato all’arte e non abbandona la precoce passione per il disegno continuando a esercitarsi. Alcuni suoi lavori attirano l’attenzione dello scultore veneziano Luigi Zandomeneghi, che si adopera per far ottenere a Cesare una borsa di studio presso l’accademia di Venezia che l’artista frequenta, dal 1842 al 1847, assieme all’amico triestino Giuseppe Lorenzo Gatteri, seguendo i corsi dei maestri Ludovico Lipparini, Odorico Politi e Michelangelo Grigoletti. Nel 1844 il Comune di Trieste lo incarica, assieme al pittore Alberto Rieger, di realizzare una serie di quindici litografie destinate a illustrare la visita in città dell’imperatore d’Austria Ferdinando I, in seguito pubblicate dal Lloyd Austriaco (1845). Cominciano nel frattempo le prime apparizioni di suoi lavori alle esposizioni artistiche veneziane e triestine. La vocazione di Dell’Acqua per la pittura di genere storico, evidente fin dai suoi esordi e, in parte, corroborata dalla amicizia e dalla grande ammirazione per l’amico Gatteri, straordinario pittore di storia, si definisce sempre più, eppure Cesare non manca di dedicarsi anche al genere ritrattistico e all’acquerello, che tratterà lungo il corso di tutta la sua vita. Dopo gli studi, nel 1847, viaggia in Europa e visita le principali capitali artistiche: Vienna, Monaco e Parigi.

Nel 1848 raggiunge a Bruxelles il fratello e frequenta lo studio di Louis Gallait, rinomato pittore di storia. Ambientatosi perfettamente in Belgio, dove nel 1855 sposa Carolina van der Elst, madre delle sue due figlie, Eva e Alina, l’artista mantiene tuttavia stretti contatti con Trieste, epistolari e artistici. Nel 1852 e nel 1854 invia due dipinti che gli erano stati commissionati alla chiesa greco-ortodossa rinunciando al compenso. Nel frattempo, nel 1853 invia a Nicolò Bottacin, ricco collezionista padovano insediato a Trieste, un dipinto rappresentante Francesco Ferrucci alla difesa di Volterra (Padova, Museo Bottacin). In quello stesso decennio centrale dell’Ottocento e su commissione di Pasquale Revoltella esegue, per il palazzo cittadino del barone, allora in costruzione, due dipinti che immortalavano due cruciali episodi della storia triestina: La proclamazione del Portofranco a Trieste (1855) e La dedizione di Trieste alla Casa d’Austria (1856). L’apprezzamento di questi lavori da parte dell’arciduca Massimiliano valse all’artista una serie di commissioni per il castello di Miramare che lo impegnarono sino al 1867. I sette dipinti, raffiguranti episodi di carattere storico, allegorico e mitologico, in parte scelti dallo stesso Massimiliano, sono ancora visibili nella prestigiosa sede originaria. Per circa un decennio l’artista lavora molto in Belgio come decoratore di ville e palazzi a Bruxelles. Nel 1875 riceve dal Comune di Trieste la commissione per una grande tela allegorica rappresentante La prosperità commerciale di Trieste, (1877), significativamente firmata dall’autore “Caesar Dell’Acqua civis tergestinus faciebat”, destinata alla decorazione della Sala del Consiglio Comunale del Municipio triestino, dove ancora oggi si trova esposta..

Prosegue la fortuna dell’artista in Belgio dove, nel frattempo, le commissioni si moltiplicano, mentre la sua fama raggiunge anche l’Italia, tanto che la direzione degli Uffizi di Firenze gli chiede, come consuetudine per gli artisti di una certa notorietà ed eccellenza, un autoritratto per la galleria degli artisti.

Tra il 1879 e il 1882, giunge da Trieste ancora una richiesta, da parte dell’amico Leopoldo Vianello, per una serie di grandi dipinti aventi per tema l’esaltazione del genio italiano e intitolata “Trionfi delle arti e della scienza in Italia” (di cui il Museo Revoltella conserva il Trionfo della scultura,1881 circa)

Il trionfo della scultura, 1881 circa, olio su tela, 200×210 cm, inv. 4797, lascito Kurländer, 1994

Oltre alle prevalenti attività di decoratore e pittore di storia, la versatile attitudine artistica di Dell’Acqua si espresse anche nell’ambito dell’illustrazione e in una cospicua produzione di ritratti, disegni, e acquerelli, conservati per lo più in collezioni private, nonché in alcune prove nel campo della scenografia, che confermano le sue formidabili capacità artistiche.

A Bruxelles, alla fine del 1905, venne organizzata una esposizione delle opere presenti nello studio al momento della sua morte, avvenuta un anno prima.

In questa importante occasione celebrativa di Cesare Dell’Acqua, figura di grande rilievo e trasversale in quanto la sua fama si estese e si consolidò anche al di fuori del nostro territorio, si rimanda per ulteriori approfondimenti e informazioni ai seguenti siti:

https://www.fvg.beniculturali.it/it/279/i-luoghi-di-cesare-dell-acqua-a-trieste



Clarice Strozzi e i Medici, 1853, olio su tela, 81×102 cm, inv. 601, legato Antonio Caccia, 1927
Morte di Niccolò Machiavelli, 1848, olio su tela, 70×101 cm, inv. 4626, acquisto del museo, 1977
[Ritratto di giudice], [1854], olio su tela, 95×80 cm, inv. 5206, dono Walter Hochstrasser, USA, 2015 1927